Nei nostri articoli abbiamo spesso parlato dei fattori di posizionamento utilizzati da Google, elemento fondamentale per chiunque approcci alle attività SEO o, semplicemente, intenda operare online. È dunque arrivato il momento di realizzare una vera e propria guida ai 200 fattori di ranking su Google, vale a dire agli (oltre) duecento segnali, parametri, indicatori che il gigantesco algoritmo di Google prende in considerazione per realizzare le sue SERP e offrire le pagine di risultati a ogni query effettuata dagli utenti, e che dunque rappresentano gli elementi cruciali per chi fa SEO su Google.

Il ranking su Google Fattori SEO, guida a Google e all’algoritmo

Prima di scoprire l’elenco di questi fattori di ranking affrontiamo un altro tema delicato, ovvero il funzionamento dell’algoritmo di Google, quello che determina il successo (o l’insuccesso) di un sito web e di una strategia SEO. Un sistema che, in larga parte, resta misterioso anche per il vasto numero di persone e professionisti che lo usano ogni giorno, e che spesso ha fatto sorgere teorie anche vagamente complottistiche.

Ranking significato e spiegazione di Google

per scoprire qualche dettaglio ufficiale in più, prendiamo in prestito le parole di una voce autorevole più di ogni altre, ovvero l’intervento del CEO di Mountain View, Sundar Pichai, durante l’audizione al Congresso degli Stati Uniti di fine 2018, in cui era interrogato sulla sua azienda, sulla privacy e su tutta una serie di altre domande, tra cui quella ormai famosissima del “perché cercando idiot su Google compaiono le immagini di Trump”.

Quanti sono i fattori di ranking utilizzati da Google per la SEO

Pichai ha spiegato che attualmente Google fornisce risposte di modo che, ogni qual volta un utente digita una keyword, il sistema risponde richiamando una “copia scansionata e memorizzata di miliardi di pagine web nel nostro indice” (crawled and stored copies of billions of web pages in our index); in pochi istanti prende la parola chiave, la mette in relazione con le pagine indicizzate e crea una classifica basata su oltre 200 segnali che determinano il posizionamento di un sito. Tra questi segnali (o fattori), il CEO ha citato “rilevanza, freschezza, popolarità, il modo in cui le altre persone lo usano”.

SEO Ranking Google, l’algoritmo è una macchina complessa che evolve ogni giorno

Sundar Pichai ha anche aggiunto che, per assicurarsi che il processo funzioni, Google “in qualsiasi momento prova a classificare e trovare i migliori risultati per quella query” e poi li valuta anche attraverso i quality raters esterni, che a loro volta agiscono seguendo linee guida oggettive (le Linee Guida di Google che abbiamo citato anche nell’articolo su “che cos’è la SEO“), senza che i Googlers o qualsiasi altra persona intervenga in alcun risultato particolare di ricerca. Solo nel 2017, afferma ancora il CEO di Google, sono state fornite risposte a oltre 3 trilioni di ricerche, e “ogni giorno il 15 per cento delle spiagge che Google vede, non le abbiamo mai viste prima”, ovvero sono query inedite cui comunque l’algoritmo tenta di rispondere al meglio, anche grazie alle sue continue evoluzioni a livello interpretativo (come ricordava anche Pandu Nayak pochi mesi fa).

Le leggi del posizionamento su GoogleI 200 fattori di ranking utilizzati da Google: le nove aree principali

Insomma, Pichai ha menzionato tre o quattro segnali, che si aggiungono agli altri sicuri e provati di cui hanno parlato a più riprese le voci pubbliche di Google, come tra gli ultimi Gary Illyes. In questa lista, poi, ci sono anche altri parametri per così dire controversi, altri che potrebbero essere soltanto speculazioni da SEO Nerd (per utilizzare una terminologia cara a Backlinko, che negli anni passati realizzò una infografica su questo argomento che utilizzeremo come base per questa nostra “guida SEO Google“, aggiornata alla luce delle nuove evoluzioni) e altri ancora sui quali manca una cognizione precisa: eppure, sono tutti qui, raggruppabili in nove categorie principali correlate ad aree specifiche di interesse e di intervento, indicati con un numero crescente che però non ha relazione con il peso specifico per il ranking.

 

  1. Fattori legati al Dominio (Domain Factors).
  2. Fattori a livello di Pagina (Page-Level Factors).
  3. Fattori a livello di Sito (Site-Level Factors).
  4. Fattori di Backlink (Backlink Factors).
  5. Interazione degli Utenti (User Interaction).
  6. Regole speciali dell’algoritmo di Google (Special Google Algorithm Rules).
  7. Segnali del brand (Brand Signals)
  8. Fattori di webspam on-site (On-Site Webspam Factors).
  9. Fattori di webspam off-site (Off-Site Webspam Factors).

I fattori di posizionamento del Dominio

I segnali di Google sul dominioCominciamo con l’elenco dei ranking factors del dominio, che sembrano avere una valenza relativa sul posizionamento effettivo del sito e delle sue pagine.

  1. Anzianità. Google utilizza le informazioni sull’età del dominio (da quanto tempo è attivo online), ma non sembra essere uno dei fattori principali per il ranking.
  2. Keyword presente nel Top Level Domain. Anche in questo caso, il peso di questo fattore è calato, ma può influire come segnale di rilevanza rispetto a una keyword o un argomento specifico.
  3. Keyword usata come prima parola del dominio. La posizione della parola chiave nel nome del dominio sembra avere effetti maggiori sul posizionamento, rispetto ai competitor che non hanno tale keyword nel dominio o che la usano in posizioni differenti.
  4. Keyword nel sottodominio. Alcuni analisti SEO individuano come fattore di ranking anche l’utilizzo di parole chiave nel sotto dominio.
  5. Metriche di analisi del dominio.Lo abbiamo scritto qualche mese fa: John Mueller ha svelato che anche Google impiega metriche di dominio per classificare i siti, che influiscono inizialmente anche sui nuovi contenuti e sulle nuove pagine del sito (soprattutto se ha già incontrato il gradimento di Big G).
  6. EMD, corrispondenza esatta della keyword. Questo è un altro fattore che ha lievemente perso forza nel corsa del tempo: l’exact match domain (la corrispondenza precisa tra il nome del dominio e la keyword per cui si intendeva competere e si voleva posizionare) resta comunque un possibile elemento di vantaggio rispetto agli avversari.
  7. Informazioni di chi registra il dominio. Google potrebbe valutare positivamente la scelta di lasciare pubblici i dati della persona che registra il sito; al contrario, la non disponibilità a fornire tali dati potrebbe essere interpretata come elemento sospettoso.
  8. Penalizzazione del registrante. La memoria dell’algoritmo si estende anche alle altre proprietà di un registrante: se è stato penalizzato per spam, è probabile che anche gli altri siti finiscano sotto un’osservazione più meticolosa.
  9. Country Code nel dominio. Lo spiegava Gary Illyes: scegliere un dominio di primo livello con un’estensione che riporta il country code specifico per il territorio geografico di appartenenza (o quello in cui si porta avanti il business) potrebbe generare un effetto positivo, perché indica che “tale dominio è più pertinente per le persone di quel determinato Paese” e può dunque “ricevere traffico più mirato” da parte di Google (anche se tale scelta potrebbe limitare la capacità del sito di posizionarsi a livello globale).
  10. Durata della registrazione. Una vecchia patent di Google (risalente al 2005!) citava come segnale di credibilità per l’algoritmo la durata della registrazione del dominio: più lontana la scadenza, più Google attribuisce una previsione di legittimità e sicurezza a quel sito (sulla base del concetto che siti doorway o illegittimi spesso nascono e scompaiono nel giro di pochi mesi).
  11. Cronologia del dominio.La storia passata di un sito (ad esempio, se nel tempo è stato registrato da più persone, se ha avuto vari drop o se ha subito una penalizzazione nel corso di questi passaggi) influisce sul suo posizionamento, perché potrebbe spingere Google a resettare completamente i collegamenti che puntano al dominio o a penalizzare il nuovo (ultimo) proprietario.

I fattori di ranking della pagina

Come gestire una pagina webMolto più lunga la lista dei fattori di posizionamento su Google che sono legati alle caratteristiche delle pagine di un sito e a quelle del loro contenuto: se “qualità” resta la parola chiave per cercare di classificare meglio gli articoli, questo elenco contiene anche numerosi riferimenti tecnici a cui un webmaster, consulente SEO, un copywriter o chiunque gestisca questa attività online non può non badare, salvo incappare in alcuni dei peggiori errori SEO che abbiamo elencato nei giorni scorsi.

  1. Keyword nel Title Tag. Altro elemento che ha perso importanza con gli ultimi aggiornamenti dell’algoritmo, il title tag resta comunque un segnale importante per la SEO on-page (come evidenziato anche da Ivano in questo studio sui fattori di ranking aggiornato al 2017).
  2. Keyword all’inizio del Title Tag. Utilizzare la parola chiave come primo termine dei tag title potrebbe portare benefici al posizionamento rispetto a titoli dove la key compare verso la fine.
  3. Keyword nella Meta Description. Sappiamo che Google non utilizza direttamente il tag meta description come fattore di posizionamento SEO, ma al tempo stesso è stata ribadita e confermata l’influenza che le descrizioni sintetiche possono avere sul CTR, il valore percentuale di clic, che a sua volta potrebbe essere un segnale di classificazione (o, quanto meno, un indicatore di miglior rilevanza e pertinenza del contenuto alla query digitata dall’utente).
  4. Keyword nell’H1. Anche se spesso coincidono, c’è differenza tra title tag e H1: il primo è un elemento esterno all’area di navigazione della pagina (ovvero, è l’informazione che identifica ogni pagina Web e documento HTML), il titolo H1 è un “secondo titolo”, un elemento di formattazione del testo di quello specifico contenuto. Come detto in precedenza, Google considera il tag H1 come segnale secondario di rilevanza.
  5. Keyword density. È stato uno dei fattori più abusati dai SEO in passato, con il citato ricorso al keyword stuffing e alla ripetizione massiccia della parola chiave in ogni paragrafo dell’articolo: oggi la keyword density ha perso valore, ma resta comunque un potenziale elemento di competizione per il ranking.
  6. Keyword prominence. La prominenza della parola chiave è un potenziale elemento correlato al ranking: ciò significa che ha una rilevanza specifica l’utilizzo di una keyword nelle zone sensibili della pagina. In particolare, si ritiene che la pagina sia ottimizzata se tale parole chiave compare nelle prime 100 parole utilizzate, o se viene usata all’inizio di title, tag heading e meta description.
  7. Keyword nei tag heading. Inserire correttamente la keyword nei tag heading HTML tipo H2, H3 e così via può essere un (debole) segnale di rilevanza per i motori di ricerca, perché Google utilizza questi tag per interpretare la struttura della pagina.
  8. Utilizzo di Keyword LSI nel contenuto. Con l’espressione LSI si fa riferimento alla “indicizzazione semantica latente“, un metodo tecnico matematico che consente di identificare le relazioni esistenti all’interno di un documento. In ottica SEO, le keyword LSI sono le parole chiave legate semanticamente alla principale che aiutano i motori di ricerca a determinare il contesto specifico dell’argomento (anche in casi di una parola che ha più significati), e rappresenta anche un possibile fattore di qualità del contenuto. Non si tratta semplicemente di sinonimi e di variazioni grammaticali della keyword, ma di altre parole chiave che aggiungono rilevanza al topic della pagina, come quelle evidenziate da SEOZoom con le keyword correlate o, ancor di più, con le keyword con stesso Search Intent.
  9. Utilizzo di Keyword LSI in tag Title e Description. Come nel caso precedente, l’utilizzo di parole chiave correlate nei meta tag della pagina possono probabilmente rappresentare un segnale di pertinenza per Google e aiutare la distinzione in casi di parole con potenziali significati multipli.
  10. Autorevolezza del dominio. L’autorità e il trust di un dominio (uno dei parametri incluso nella Zoom Authority) influiscono sul posizionamento di una pagina rispetto a un’altra, a parità di (altre) condizioni, perché questo fattore ha un peso per Google (che utilizza metriche sia a livello di sito che di pagina per valutare l’autorevolezza, come confermato da John Mueller) e ogni pagina beneficia di alcune proprietà del dominio generale.
  11. PageRank della pagina. Non c’è una correlazione diretta, ma le pagine che hanno un PageRank più alto e più link generalmente hanno posizionamenti migliori di quelle senza link o con link di scarsa qualità.
  12. Quantità di keyword posizionate. Se una pagina si posiziona per più parole chiave, Google interpreta questo fattore come segnale interno di qualità.
  13. Lunghezza del contenuto. In genere, si ritiene che l’algoritmo di Google prediliga contenuti ricchi di parole rispetto a quelli che risultano più brevi e superficiali (era uno dei nostri consigli per gli strumenti di scrittura SEO), perché i primi possono fornire maggiori informazioni e risposte per gli utenti, ed effettivamente anche dalla analisi dei competitor su SEOZoom si può evidenziare una correlazione tra lunghezza del contenuto e posizione in SERP. L’uso di più parole potrebbe anche aumentare la probabilità di intercettare i termini corretti che Google si aspetta di trovare in riferimento all’argomento.
  14. Duplicazione dei contenuti. Molto semplicemente, la presenza di contenuti duplicati all’interno dello stesso sito è ritenuto un fattore che influisce negativamente sul posizionamento sul motore di ricerca.
  15. Meta description duplicate. Ogni tipo di duplicazione di contenuto può generare una penalizzazione o uno scarso rendimento della pagina e del sito: anche le meta description duplicate vanno evitate, dunque, concentrandosi alla creazione di testi originali e univoci. Per controllare se il sito presenta tale errore si possono usare la Google Search Console o gli strumenti di analisi di SEOZoom.
  16. Presenza di errori HTML. Prestare scarsa attenzione al codice e gestire un sito con molti errori HTML può essere un segnale negativo per Google, mentre al contrario una pagina ben codificata e pulita è un elemento di affidabilità e qualità.
  17. Dimensione degli URL. La lunghezza eccessiva degli URL può danneggiare la visibilità di una pagina sul motore di ricerca, e alcuni studi segnalano che URL corti sono avvantaggiati rispetto a quelli di dimensioni superiori.
  18. Percorso degli URL. Le pagine che hanno URL più vicini alla home page tendono a posizionarsi meglio rispetto a pagine sepolte in profondità e difficili da raggiungere nell’architettura di un sito, quindi sarebbe meglio privilegiare percorsi accorciati.
  19. Uso di Tag. Anche i tag, che sono un segnale di rilevanza specifico di WordPress, possono contribuire a migliorare la SEO perché mettono in relazione tra loro i contenuti.
  20. Keyword nell’URL. Ha un peso minimo, inserire la parola chiave nella stringa dell’URL genera comunque un elemento valutato da Google, anche perché l’Url è il primo segnale si mostra a Google.
  21. Formato dell’URL. Similarmente, la struttura e la composizione dell’URL possono rappresentare un’indicazione del topic di riferimento della pagina e quindi essere un elemento positivo per il posizionamento.
  22. Priorità della pagina nella Sitemap. Una potenziale influenza sul ranking può derivare anche dall’assegnazione di priorità a una pagina data attraverso il file sitemap.xml.
  23. Categorie delle pagine. Le categorie sono i pilastri dell’architettura di un sito e sono un segnale di pertinenza per il ranking delle pagine: una pagina in topic con la categoria può ottenere prestazioni migliori di una archiviata in una categoria non correlata.
  24. Comprensibilità del testo. Il motore di ricerca dedica attenzione anche alla comprensibilità del contenuto, utilizzando metriche che stimano il livello di lettura delle pagine Web e che dovrebbero suggerire di scrivere in modo semplice e chiaro, privilegiando costruzioni sintattiche meno complesse.
  25. Uso di un indice – Table of Contents.Una pagina in cui è presente un indice degli argomenti trattati (la table of contents) può servire a Google ad analizzare e interpretare meglio il contenuto della pagina, e a volte viene mostrata anche nei sitelink delle SERP.
  26. Testo con elenchi puntati e liste. Google valuta anche la leggibilità di una pagina: usare elenchi puntati o numerati o liste, che suddividono il testo e mettono in risalto gli argomenti, potrebbe rendere più semplice e migliore la fruizione per i lettori, incontrando il gradimento anche del motore di ricerca.
  27. Attenzione alla grammatica. Scrivere bene non è solo un elemento distintivo della capacità di un copywriter SEO, ma anche un potenziale segnale di fiducia che il sito trasmette a Google: pubblicare articoli e pagine con contenuti corretti dal punto di vista grammaticale, ortografico e sintattico è un valore aggiunto di qualità anche per il ranking, sebbene non manchino casi particolari che rivelano ben altre tendenze.
  28. Contenuto utile. Se qualità è un aggettivo che spesso aggiungiamo alla parola contenuto nel corso della nostra attività SEO, anche l’utilità di una pagina e delle informazioni rivolte al lettore può essere un fattore preso in considerazione da Google per il ranking.
  29. Originalità del contenuto. Altro elemento facile da intuire: in generale, si invita a pubblicare solo contenuti originali e sui quali si detengono diritti (la syndication, in inglese). Quando un testo contiene porzioni copiate o duplicate da una pagina già indicizzata sui motori di ricerca potrebbe posizionarsi male o addirittura non essere indicizzata affatto a sua volta.
  30. Pagine con approfondimenti sul tema. La profondità della copertura del topic (depth of topic coverage) ha una rilevanza per il ranking dell’articolo: le pagine che coprono e approfondiscono ogni angolo di un tema, che offrono informazioni utili e circostanziate, hanno maggiori probabilità di posizionarsi rispetto a quelle che invece coprono solo parzialmente l’argomento.
  31. Profondità del contenuto. Se il contenuto fornisce un valore unico, che mostra la profondità del ragionamento, può essere considerato un “cornerstone”, una pietra angolare della qualità per la pagina che può aiutare il posizionamento nel lungo periodo. Anche perché Google ha spesso rivelato di penalizzare i siti che non apportano nulla di nuovo o utile ai lettori, in particolare i siti thin affiliate.
  32. Età della pagina. Una pagina vecchia ma costantemente aggiornata e con contributi rinfrescatipuò posizionarsi meglio di una nuova.
  33. Contenuti recenti. Anche la data di pubblicazione di un contenuto e i successivi aggiornamenti (la freschezza) possono essere elementi che influenzano il posizionamento, soprattutto per argomenti che sono sensibili al fattore tempo.
  34. Portata degli aggiornamenti. Un intervento di modifica sostanziale di un contenuto, l’aggiunta o la rimozione di intere sezioni, è un fattore di freschezza più significativo rispetto alla correzione di un refuso o all’aggiunta di poche parole: anche la portata (magnitudo) degli aggiornamenti ha quindi un peso sul ranking.
  35. Frequenza degli aggiornamenti. La freschezza fa riferimento anche alla frequenza con la quale la pagina è stata aggiornata nel tempo.
  36. Frequenza della parola nel testo. Gli esperti SEO sostengono che Google utilizzi un sistema sofisticato di TF-IDF (una funzione che calcola l’importanza di un termine rispetto a un documento) per misurare quante volte una certa parola appaia in una pagina. Più alta la percentuale di ripetizione, più probabile che la pagina riguardi quella parola (ma attenzione al keyword stuffing, si parla di ripetizioni naturali e motivate).
  37. Match con l’entità. Nell’accezione del motore di ricerca, le entità (entity) sono un elenco di elementi associati al Knowledge Graph di Google, che formano i nodi del grafo e che descrivono persone, luoghi e cose del mondo reale, consentendo di rendere più approfondita la ricerca dell’utente. Quando il contenuto di una pagina corrisponde esattamente alla entità cercata dall’utente, la pagina può beneficiare di un miglioramento del ranking per quella parola chiave.
  38. Parametri di Google Hummingbird. Con l’aggiornamento dell’algoritmo chiamato Hummingbird (ormai nel lontano 2013), Google ha rivoluzionato il proprio modo di valutare le pagine, andando oltre le parole chiave presenti in un testo e spingendosi a comprendere meglio l’argomento di una pagina web e a interpretare sempre più efficacemente il search intent dell’utente.
  39. Rel = Canonical. Legato al punto precedente: come spiega Google, l’utilizzo corretto del tag Rel = Canonical consente di consolidare gli URL duplicati e di evitare penalizzazioni, perché indica al crawler quale URL usare per la scansione in caso di pagina accessibile da più URL o presenza di diverse pagine con contenuti simili o duplicati.
  40. Contenuti multimediali. L’utilizzo di media come immagini, video e altri elementi multimediali può essere un segnale di qualità del contenuto, perché offrono un valore aggiunto per l’utente.
  41. Ottimizzazione delle immagini. Spesso ingiustamente trascurate nell’ambito delle operazioni SEO, le immagini sono invece una parte fondamentale della pagina e inviano ai motori di ricerca segnali di rilevanza attraverso campi come nome del file, alt text, titolo, descrizione e didascalia, che devono essere opportunamente compilati e ottimizzati.
  42. Contenuti supplementari utili. Sin dal documento con le linee guida rivolte ai raters, Google ha ritenuto i contenuti supplementari utili come un indicatore di qualità della pagina e, per estensione, del ranking. Gli esempi di contenuti che offrono servizi ulteriori agli utenti comprendono convertitori di valuta, calcolatori degli interessi di prestito o ricette interattive (con collegamenti a ricette simili, recensioni o informazioni nutrizionali).
  43. Ottimizzazione mobile. Avere un sito e delle pagine ottimizzati correttamente per i dispositivi mobili rappresenta un plus in termini di ranking potenziale (e Google ha messo a disposizione il test mobile friendly, un tool facile e veloce per scoprire se si rispettano i parametri di ottimizzazione per mobile). Un sito user friendly e responsive da mobile sono un fattore preso in considerazione per le classifiche di Google, che può penalizzare al contrario i siti web che non prestano cura a questi parametri.
  44. Velocità di caricamento HTML. Anche la velocità è un fattore di ranking, soprattutto per il crescente impatto della navigazione mobile, e in generale un basso tempo di caricamento delle pagine significa migliorare l’esperienza dell’utente e i tassi di conversione. Gli algoritmi di Google utilizzano dei test di page speed (PageSpeed ​​Insights) che permettono di valutare la velocità con la quale si carica un sito in base al codice HTML della pagina, e da qualche tempo è stato reso disponibile un tool specifico chiamato Google Lighthouse che analizza cinque componenti del sito (performance, seo, accessibilità, best practices e progressive web app).
  45. Velocità di caricamento su Chrome. Nell’ottica di velocizzare i tempi di caricamento di una pagina e gestire meglio l’esperienza dell’utente, Google utilizza anche i dati forniti dal Chrome User Experience Report, ovvero i dati degli utenti reali che navigano un sito attraverso il browser Chrome, per misurare e valutare la velocità di caricamento di una pagina.
  46. Uso di AMP. Anche questo non è un fattore di ranking diretto, ma la tecnologia AMP (Accelerated Mobile Pages) rappresenta comunque un elemento che può influenzare indirettamente il posizionamento (attraverso il CTR), oltre che avere un vantaggio per le campagne ads (Google sta usando sempre più banner AMP anche su pagine non AMP), perché velocizza il caricamento degli annunci e, in generale, delle pagine.
  47. UX da mobile. Come già segnalato in occasione del lancio del mobile first index, Google tiene in crescente considerazione anche l’user experience garantita a chi naviga il sito in modalità mobile, che deve essere semplice, veloce e stabile anche quando la copertura di rete dati e la connessione non sono ideali.
  48. Layout della pagina User Friendly. L’usabilità viene premiata anche rispetto al layout della pagina, che dovrebbe rendere immediatamente visibile il contenuto principale.
  49. Nascondere contenuti nella versione mobile. Secondo Google, la scelta di nascondere determinati contenuti per la navigazione mobile potrebbe non essere nociva in termini di ranking. Tuttavia, i contenuti critici e principali devono sempre essere visibili.
  50. Contenuti nascosti in tab. Se si sceglie di nascondere alcuni dei contenuti in un tab della pagina e di renderli accessibili solo dietro clic dell’utente, Google potrebbe non indicizzare tali contenuti.
  51. Link in uscita. Non solo collegamenti in ingresso: utilizzare in maniera efficace i link in uscita (soprattutto verso siti autorevoli e credibili o di approfondimento a notizie e informazioni) può contribuire a inviare segnali di affidabilità e fiducia a Google, che interpreta questi elementi come fossero le fonti citate in un documento accademico.
  52. Argomento del link in uscita. Da molto tempo Google utilizza l’algoritmo Hilltop, un sistema che valuta l’autorevolezza di un sito o di una pagina web su un determinato argomento; tale metodo è impiegato anche per valutare il contenuto delle pagine verso cui puntano i link in uscita, e pertanto la pertinenza del riferimento è quanto mai importante anche per la contestualizzazione.
  53. Numero di link in uscita. Il ranking di una pagina potrebbe essere danneggiato dalla presenza di troppi link follow in uscita (outbound link), che influiscono negativamente sul PageRank. Esagerare non è mai un bene, per Google: avere troppi link in uscita da una pagina viene interpretato come un segnale di spam o di scarsa qualità del contenuto, perché i rimandi esterni in eccesso e senza proporzione possono peggiorare l’usabilità, far passare in secondo piano l’argomento trattato e distogliere l’attenzione dei lettori dal tema.
  54. Utilizzo di fonti e risorse esterne. Altro caso controverso: nelle linee guida sulla qualità, Google sottolinea che l’utilizzo di citazioni, riferimenti e risorse esterne come fonti (soprattutto se certificate e autorevoli) può essere considerato un elemento positivo per l’affidabilità del sito, ma non è stato confermato l’eventuale impatto sul ranking.
  55. Numero di link interni verso la pagina. L’utilizzo di una buona struttura di link interni è un importante segnale di organizzazione del sito e rappresenta anche un metodo per segnalare a Google la rilevanza della pagina verso la quale puntano numerosi link interni (in modo proporzionale, più link riceve, più la pagina assume valore).
  56. Qualità dei link interni. Non solo quantità, Google prende in considerazione anche la qualità dei link interni, ovvero delle pagine da cui partono i collegamenti. Perciò, un link ricevuto da una pagina autorevole del dominio ha un effetto maggiore rispetto a quello inviato da una pagina con un rank inferiore o nullo.
  57. Anchor text dei link interni. Il testo di ancoraggio utilizzato nei link interni può essere un segnale di ranking, sebbene di portata inferiore agli anchor text che introducono un link da un sito esterno.
  58. Presenza di link rotti. La presenza di un numero eccessivo di link rotti (broken link) su una pagina può essere interpretato come segno di negligenza o di sito abbandonato, influenzando negativamente il ranking.
  59. Link di affiliazione. In linea di massima, la presenza di link di affiliazione non ha effetti negativi sul ranking, ma se sono troppo numerosi l’algoritmo di Google potrebbe de-classificare il sito, ritenendolo come “affiliato senza valore aggiunto“.
  60. Ruolo degli editor. Si fa riferimento a una vecchio brevetto Google, risalente al 2000 ma ancora valido (e con data di scadenza appena prolungata fino al 2021), in cui si dice tra l’altro che le opinioni di supporto da parte di editor umani potrebbero influenzare il posizionamento su Google Search, ma non è mai stato confermato l’effettivo utilizzo di questo sistema.
  61. Parked domain. Un parked domain, in italiano dominio parcheggiato, è in genere un dominio di secondo livello messo online ma non utilizzato, sulla cui home page compare solo un messaggio di cortesia (del tipo “under construction”) o messaggi pubblicitari (soprattutto se si tratta di un dominio scaduto acquistato, che in passato riceveva molti backlink e che genera ancora traffico organico). Dal 2011, Google penalizza la visibilità in SERP di questi domini parcheggiati, diminuendone progressivamente l’autorevolezza.

I fattori di ranking del sito

Posizionare un sitoLa struttura del sito, la cura di ogni suo aspetto, la gestione ottimale delle risorse e dei contenuti sono altri importanti fattori di ranking per Google, che valuta in maniera specifica una serie di parametri focalizzati su elementi legati ancora al lato on-page.

  1. Usabilità del sito. Sembra esserci un rapporto direttamente proporzionale tra usabilità di un sito e le sue prestazioni in Google Search. Più nello specifico, un sito difficile da usare e da navigare può essere penalizzato in termini di ranking (anche perché i suoi valori di permanenza sul sito, pagine visualizzate e frequenza di rimbalzo sono peggiori) rispetto a quelli di un sito dall’interfaccia semplice e intuitiva per i visitatori.
  2. Architettura del sito. Una struttura ben organizzata, pulita e ben codificata, con architettura tematica dei contenuti, aiuta la scansione e l’indicizzazione da parte di Google e può portare benefici al ranking.
  3. Presenza di sitemap. Predisporre una sitemap HTML, che aiuta e semplifica l’indicizzazione delle pagine da parte di Googlebot, può migliorare il posizionamento.
  4. Navigazione Breadcrumb. Utilizzare un menu di navigazione Breadcrumb (a “briciole di pane”, letteralmente) può migliorare l’usabilità del sito, permettendo a utenti e motori di ricerca di navigare meglio tra le pagine e le categorie e di comprenderne facilmente l’architettura e i percorsi. È stato chiarito che Google Search utilizza le marcature di tipo breadcrumb nel corpo di una pagina Web per catalogare le informazioni ricevute dalla pagina.
  5. Aggiornamenti al sito. Sembra che a Google non piaccia la staticità, e pertanto gli aggiornamenti e gli interventi di modifica al sito, non solo sul versante dei contenuti, potrebbe essere un segnale di freschezza.
  6. TrustRank. Nel 2005 Google ha acquistato il brevetto del TrustRank, una tecnica di analisi che serve a stabilire l’affidabilità di una pagina o il suo livello di spam attraverso l’analisi di vari elementi, tra cui la veridicità delle informazioni pubblicate sul sito.
  7. Pagina Contatti. Inserire una pagina con i riferimenti e i contatti della proprietà o dei gestori è considerato uno dei principali fattori di ranking della local SEO, la SEO localizzata, perché consente agli utenti di conoscere informazioni come nome, indirizzo e numero di telefono di un’entità vicina. Potrebbe essere utile verificare che le informazioni di contatto segnalate in pagina corrispondano alle informazioni whois.
  8. Uptime del sito. Il tempo di funzionamento(traduzione letterale di uptime) di un sito indica l’intervallo durante il quale lo stesso è stato ininterrottamente acceso e correttamente funzionante:un sito in salute, con un uptime alto, ha migliori opportunità di ranking, perché Google individua come fattori potenzialmente critici episodi come frequenti disservizi e problemi col server, che potrebbero addirittura causare un deindexing, una de-indicizzazione delle pagine.
  9. Localizzazione del server. La posizione geografica del server può influenzare il ranking, in modo particolare per le ricerche geo-localizzate e la SEO local.
  10. Certificato SSL. Ormai non è più un segreto che l’utilizzo di un certificato SSL per il protocollo di sicurezza HTTPS sia utilizzato come fattore di ranking da Google.
  11. Pagine Privacy e Termini del servizio. Secondo Google, inserire in maniera adeguata la pagina con le condizioni e i termini del servizio e quella della privacy permette di incrementare l’affidabilità del sito sia verso gli utenti che verso i motori di ricerca.
  12. Video YouTube. I video caricati su YouTube (non a caso, di proprietà Google) sembrano avere una corsia preferenziale nelle SERP del motore di ricerca rispetto ai video caricati su altre piattaforme: YouTube è dunque il sito da preferire per l’upload di un video, e un buon account YouTube può essere anche un segnale SEO di rilievo.
  13. Utilizzo di Google Analytics e Google Search Console. Mancano indicazioni precise in merito (e anzi, spesso si parla di “falso mito”), ma alcune teorie SEO invitano a valutare l’utilizzo degli strumenti Google Analytics e Google Search Console come potenziale fattore di ranking, sia perché migliorano l’indicizzazione delle pagine del sito, sia perché offrono a Google informazioni maggiori e più dettagliate (come ad esempio bounce rate o traffico organico che deriva da backlink e così via).
  14. Recensioni degli utenti. Le recensioni e i feedback degli utenti, soprattutto se sono pubblicate su siti ritenuti affidabili come Yelp.com, possono rappresentare un potenziale elemento valutato dall’algoritmo Google per il ranking.

I fattori di posizionamento di Backlink

I collegamenti portano rankingNonostante gli aggiornamenti degli algoritmi, le evoluzioni e i cambiamenti, i link restano ancora la risorsa fondamentale attraverso cui Google può fare il suo lavoro, scansionando il Web alla ricerca dei risultati migliori da offrire agli utenti che eseguono una query. Più volte negli ultimi tempi è stata ribadita l’importanza dei link in ingresso (chiamati anche backlink o inbound links) per il posizionamento sui motori di ricerca, e anche la link building resta un elemento fondamentale per una strategia SEO di successo: attraverso i collegamenti ricevuti da siti attendibili, Googlebot capisce che un sito è ritenuto degno di fiducia da altri proprietari/gestori di siti, e questo avrà un effetto di potenziamento sulle pagine linkate e su tutto il sito, che potrebbe ottenere risultati migliori nel ranking in SERP.

  1. Autorevolezza del dominio. Un link ricevuto da un sito che piace a Google e che ha un alto livello di autorevolezza (come quello indicato dalla nostra Zoom Authority) rappresenta un importante segnale di stima per i crawler del motore di ricerca, che può avere un impatto maggiore sul ranking.
  2. Autorevolezza della pagina. In modo similare, anche l’autorevolezza della singola pagina (come quella indicata ad esempio dalla nostra Page Zoom Authority) che invia un link è un importante fattore di ranking: lo dice Google stesso nelle guide per webmaster, spiegando che un link è come un voto da una pagina all’altra, e “i voti delle pagine già ritenute importanti hanno un peso maggiore e contribuiscono a rendere le altre pagine importanti“.
  3. Numero di domini che linkano. La quantità conta: anche se in maniera differente (e impatto minore) rispetto al passato, l’algoritmo di Google continua a valutare come fattore di ranking il numero di domini di riferimento che inviano backlink a un sito.
  4. Numero di pagine che linkano. Anche la somma totale delle pagine degli altri che inviano backlink a un sito ha una rilevanza per Google.
  5. Età del dominio linkante. Un link ricevuto da un sito attivo da molti anni potrebbe essere reputato più autorevole rispetto a un collegamento fornito da un dominio più recente.
  6. Età del link. Un backlink funzionante e attivo da tempo potrebbe trasmettere maggior rilevanza di uno nuovo e appena pubblicato, a parità di altri fattori.
  7. Profilo backlink naturale. Un sito che vanta un profilo backlink naturale (dove cioè non si percepisce un intervento manipolativo e forzato) potrebbe avere risultati migliori e più duraturi nel tempo rispetto a un concorrente che ha spudoratamente utilizzato strategie black hat per ottenere link.
  8. Anchor text dei backlink. Come sappiamo, le anchor text o testo di ancoraggio servono a Google per definire il topic principale della pagina linkata, e perciò la presenza di keyword nell’anchor text può essere utile per il sito linkato. Secondo alcuni SEO, rispetto al passato questo elemento ha perso un po’ della sua rilevanza, ma ciò nonostante resta un importante fattore di ranking, mentre l’abuso e la sovra-ottimizzazione degli anchor text (soprattutto se di tipo manipolativo in settori YMYL) può essere un segnale di webspam e portare a penalizzazioni.
  9. Title del link. L’attributo title del link (ovvero il messaggio che compare al passaggio del mouse) potrebbe rappresentare un lieve fattore di ranking per Google.
  10. Keyword nel title. Google sembra premiare i link provenienti da pagine che contengono nel title la parola chiave del sito linkato.
  11. Posizione del link nel contenuto. La parte scritta del contenuto (il body-copy o, più semplicemente, il testo) è importante anche per la gestione dei backlink: si ritiene che la posizione in cui il link è inserito nel contenuto possa influire sul ranking. In particolare, se il link è posizionato nella parte più alta del testo sarà letto prima, e quindi i crawler di Google potrebbero valutarlo meglio rispetto a un link posizionato in basso nel testo.
  12. Posizione del link in pagina. Un link presente nel contenuto centrale della pagina ha un peso maggiore di quelli inseriti nella sidebar, nel footer o in altre posizioni.
  13. Link alla Homepage. Gli outbound links che rimandano a una homepage svolgono un ruolo speciale nella valutazione di un sito.
  14. Link nofollow. È stato più volte confermato che generalmente Google non segue i link che sono impostati con attributo nofollow, ma ricevere backlink di questa natura potrebbe essere un elemento importante per la costruzione di un profilo backlink naturale (o percepito come tale dai motori di ricerca).
  15. Link contestualizzati. I link contestualizzati in maniera appropriata nel contenuto di una pagina sono considerati più rilevanti e utili di quelli decontestualizzati.
  16. Link nel Tag Alt delle immagini. Inserire un Tag Alt nelle immagini con link a una risorsa può essere un elemento positivo per il ranking, perché interpretato come anchor text dai motori di ricerca.
  17. Link pubblicitari. I link in ads dovrebbero essere impostati in nofollow, ma è altamente probabile che l’algoritmo di Google sia capace di identificare e filtrare i link pubblicitari lasciati in dofollow.
  18. Link sponsorizzati e termini simili. Un link contenuto in un articolo segnalato come “link sponsorizzato” o con termini simili, che denotano un accordo dietro il collegamento, potrebbe perdere valore in termini di forza per il ranking.
  19. Link da siti con con IP di C-Class diversi. La quantità e la varietà di domini con indirizzi IP unici di Classe C che inviano backlink a un sito può essere un segnale di valore: innanzitutto, mostra che tali backlink arrivano da fonti e siti esterni alla propria attività, e poi che le informazioni fornite sono considerate utili, varie e accessibili. Al contrario, ricevere molti link da domini con indirizzi IP di classe C identici può essere interpretato come presenza di una PBN e portare penalizzazioni.
  20. Eccesso di redirect 301. Il reindirizzamento 301 di un backlink ha un valore simile a un collegamento diretto, ma non bisogna eccedere con questa tecnica, perché potrebbe diluire parte di equity e PageRank.
  21. Utilizzo di Schema.org. Le pagine che supportano microformat possono posizionarsi meglio rispetto a quelle che ne sono privi; non è stato chiarito se si tratti di correlazione diretta o se questo elemento dipenda dal fatto che le pagine con microformat hanno un tasso SERP CTR maggiore.
  22. TrustRank del sito linkante. L’affidabilità che per Google ha il sito che linka determina la quantità di TrustRank che viene trasmessa con il backlink.
  23. Quantità di link esterni in pagina. Una pagina che invia troppi link in uscita trasmette meno PageRank di una pagina che utilizza in maniera accorta gli outbound links: questo perché il PageRank offerto da una pagina non è infinito e si divide in ciascun collegamento.
  24. Conteggio delle parole. Un link inviato da una pagina con contenuti da mille parole ha generalmente un valore maggiore rispetto a un collegamento inserito in un articolo di 25 parole.
  25. Qualità del contenuto. Google prende in considerazione anche la qualità del contenuto in cui è inserito il link in uscita: i collegamenti presenti in articoli scritti male o spinnati valgono meno di quelli presenti in contenuti di qualità.
  26. Sitewide link. I link sitewide, ovvero quelli che sono contenuti in parti replicate del sito come il footer o la sidebar, non dovrebbero pregiudicare negativamente il ranking, ma sono comunque “compressi” e valutati come un unico link da Google.
  27. Velocità dei link positiva. I siti che hanno una buona velocità di link (link velocity, intesa come capacità a ottenere più link in ingresso di quelli persi) possono classificarsi meglio in SERP perché tale tasso segnala che un sito incrementa la sua popolarità.
  28. Velocità dei link negativa. All’esatto opposto, un sito che ha una link velocity negativa (e quindi un saldo negativo tra link ottenuti e persi) rischia di avere influenza negativa sul ranking perché indice di calo di popolarità.
  29. Varietà delle fonti. Ottenere backlink solo da una fonte (ad esempio commenti su forum o su blog) e in quantità innaturale può essere un segnale di spam per Google, mentre al contrario ricevere link da siti e fonti differenti e varie, per natura, tipologia e settori di attività, è indice di un profilo backlink naturale.
  30. Link da siti reali. Google potrebbe avere dei sistemi per distinguere i backlink forniti da siti reali e indipendenti da quelli che invece arrivano da fake blog o blog network (chiamati anche splogs): data la facilità di creare questi ultimi, l’algoritmo del motore di ricerca potrebbe usare sistemi come valutazione del brand e segnali di interazioni con gli utenti per classificare i siti, dando maggior valore ai backlink da siti reali.
  31. Link da siti con estensioni localizzate. Ricevere backlink da siti che hanno estensioni TLD localizzate e specifiche (ad esempio, .it, .co, .uk) potrebbe aiutare un sito a migliorare il posizionamento in quel determinato Paese.
  32. Link da siti istituzionali. Fino a qualche anno fa, ricevere backlink da siti istituzionali (con estensione dei domini .edu o .gov, ad esempio), era ritenuto un fattore di ranking fondamentale: oggi non è più così, ma un link in ingresso da domini autorevoli e riconosciuti come tali anche da Google è comunque un segnale di affidabilità per il sito.
  33. Link da Authority Sites. Ricevere un link da quelli che Google considera “authority site” (siti autorevoli e riconosciuto) trasmette un juice maggiore di quelli ottenuti da siti piccoli e poco conosciuti.
  34. Link tra le fonti di Wikipedia. Pur essendo link nofollow, in molti ritengono che un backlink da Wikipedia rappresenti una iniezione di fiducia e di autorità per un sito agli occhi dei motori di ricerca.
  35. Link da competitor. Ottenere link da un sito che compete sulla stessa SERP e sulle stesse keyword è un prezioso segnale di affidabilità per posizionarsi su Google.
  36. Link da dominio pertinente. Ricevere un backlink da un sito pertinente per temi (che si occupa degli stessi argomenti o di tematiche affini) e che appartiene alla stessa nicchia rappresenta un significativo fattore di ranking e ha più valore di un link ricevuto da un sito completamente non correlato.
  37. Link da pagine pertinenti. Allo stesso modo, anche ricevere un link da una pagina correlata e in topic con l’argomento passa maggior valore.
  38. Link da siti “attesi”. Secondo alcune speculazioni dei SEO, Google potrebbe non fidarsi completamente di un sito che non riceve link da siti attesi e noti nel suo settore di appartenenza.
  39. Guest post. L’utilizzo della strategia dei guest post (ospitare su un sito un contenuto scritto da un esperto, linkando al suo sito) probabilmente non ha più il peso che aveva in precedenza in termini di posizionamento, ma rappresenta comunque un elemento che può aiutare il ranking di un sito. In generale, è sconsigliabile utilizzarla come unico metodo di link building, anche perché trasmette poca link juice e, se fatta su larga scala, può causare problemi o penalizzazioni al sito.
  40. Link nocivi. I link possono avere anche effetti nocivi sul posizionamento, in modo particolare se arrivano da Bad Neighborhoods (letteralmente, cattivi vicini), ovvero siti di bassa qualità, scadenti, poco raccomandabili, già penalizzati e identificabili facilmente come spammer. Se un sito riceve un backlink da tali fonti pericolose, potrebbe essere utile procedere a un disavow link su Google.
  41. Link da risorse top. Sempre secondo l’algoritmo Hilltop, avere link da pagine considerate risorse top su un determinato topic genera un “trattamento speciale” al sito.
  42. Termini vicini. Le co-occorrenze (ovvero, le parole che sono semanticamente vicine a quelle contenute nell’anchor text e che appaiono nelle frasi collegate al link) possono aiutare Google a contestualizzare il collegamento e servono anche agli utenti a capire lo scopo di ogni link, così da decidere con maggior cognizione se seguirlo o meno.
  43. Link reciproci. Come già accennato, Google scoraggia gli scambi di link reciproci tra due siti apertamente finalizzati ad aumentare il PageRank in modo innaturale.
  44. Link da contenuti generati dagli utenti. L’algoritmo di Google è in grado di distinguere gli UGC (user generated content, i contenuti realizzati dagli utenti) e i contenuti pubblicati dai veri proprietari del sito. L’esempio più comune è quello dei siti ospitati su WordPress.
  45. Link da 301. Correggere la destinazione di un link in ingresso e utilizzare correttamente un reindirizzamento 301 verso una nuova risorsa potrebbe non dare risultati differenti per il ranking rispetto ai link diretti.
  46. Link da forum. Google valuta poco positivamente i link da forum perché in passato sono stati frequentemente usati per spam o strategie black hat.

I fattori di ranking legati all’interazione degli utenti

User experience e interazioni per GoogleOrmai tutti sappiamo che Google utilizza dei sistemi di Intelligenza Artificiale per gestire il ranking e la classificazione delle pagine nelle SERP: questa è una delle funzioni del RankBrain, la tecnologia di machine learning capace di ordinare “miliardi di pagine note e individuare le più rilevanti per ogni query di ricerca”, come spiegato anche dal Googler Gary Illyes. Ma l’algoritmo prende in considerazione anche altri parametri basati sulla user experience e sull’interazione degli utenti con il sito e con la singola pagina, cercando di capire e valutare il comportamento delle persone quando atterrano sui risultati delle query su Google.

  1. RankBrain. Come accennato, il RankBrain è un fattore di ranking che aiuta Google a comprendere e interpretare meglio la query in base proprio alle interazioni degli utenti, così da classificare le pagine più pertinenti per la richiesta espressa dall’utente. Inoltre, serve anche a prevedere su cosa potrebbe cliccare un utente quando esegue una query inedita.
  2. CTR organico per keyword. Il CTR (click through rate) è uno dei fattori di Google più discussi, come abbiamo raccontato anche dal nostro blog; secondo alcuni SEO, le pagine che collezionano più clic potrebbero dare una spinta al posizionamento in SERP di una specifica keyword.
  3. CTR organico del sito. Nonostante le dichiarazioni di Google, si pensa che il CTR organico di un sito per tutte le keyword per le quali è posizionato possa essere uno dei segnali principali dell’interazione degli utenti.
  4. Bounce Rate. In base ad alcune teorie SEO, l’algoritmo di Google premierebbe le pagine con un basso bounce rate, ovvero una bassa frequenza di rimbalzo (la percentuale di volte che un utente visita solo la pagina del sito in cui è atterrato senza proseguire la navigazione e la permanenza). Questo perché le pagine con un’elevata frequenza di rimbalzo potrebbero non essere il miglior risultato per quella keyword o la risposta desiderata al search intent dell’utente.
  5. Pogo Sticking. È una tipologia specifica di rimbalzo, particolarmente negativa: si tratta del comportamento di un utente che atterra su un sito posizionato in SERP ma abbandona la pagina e torna alla pagina dei risultati di Google per consultare gli altri risultati della SERP perché non soddisfatto. Viene considerato un segnale di traffico di scarsa qualità e potrebbe causare perdite di posizionamento per quelle keyword.
  6. Dwell Time. Il tempo di sosta o dwell time potrebbe essere un segnale SEO da valutare: l’espressione si riferisce alla durata della sosta di un utente su una pagina web a cui è stato indirizzato da una SERP di Google prima di tornare alla stessa pagina dei risultati. Un alto tempo di permanenza (grazie ai contenuti offerti e anche ai collegamenti interni di approfondimento) significa che l’utente ritiene di qualità e di interesse la pagina, e così anche l’algoritmo guarderà positivamente al sito.
  7. Traffico diretto. Ci potrebbe essere una correlazione tra traffico diretto acquisito dai siti e valutazione del motore di ricerca, soprattutto se i visitatori utilizzato Google Chrome; è stato infatti chiarito che l’algoritmo Google utilizza dati del browser per determinare il numero e la frequenza delle persone che visitano il sito.
  8. Traffico di ritorno. Un sito viene ritenuto valido e di qualità se è in grado di attirare traffico di ritorno, ovvero se incentiva gli utenti a tornare sulle sue pagine in altre sessioni.
  9. Preferiti su Chrome. L’algoritmo di Google colleziona diversi dati attraverso il browser Chrome e potrebbe utilizzare come fattore di ranking anche l’inserimento delle pagine nei segnalibri personali (i preferiti).
  10. Numero di commenti. Nell’ottica di valutare l’interazione degli utenti col sito e la qualità dei contenuti, il numero di commenti può essere un importante fattore per il posizionamento.

Regole speciali dell’algoritmo di Google

L'algoritmo di GoogleNel corso degli anni, i SEO hanno analizzato anche alcuni comportamenti speciali e specifici dell’algoritmo del motore di ricerca, producendo la seguente lista di fattori di ranking Google legati appunto a delle regole valide per il sistema di Mountain View e non strettamente relative a elementi di SEO tecnica o di produzione di contenuti.

  1. La freschezza della query. La query merita freschezza, secondo gli analisti: per alcune ricerche, Google potrebbe privilegiare le pagine e i contenuti nuovi rispetto a quelli più datati.
  2. Featured snippet. Come sappiamo, i featured snippet o risultati zero sono contenuti messi in evidenza da Google prima della classica SERP e selezionati sulla base di una combinazione di elementi tra cui lunghezza, formattazione, autorevolezza della pagina e utilizzo di protocollo Https.
  3. SERP mista. Per query ambigue o per intent multipli, Google potrebbe preferire una soluzione intermedia, proponendo una SERP mista in cui sono presenti pagine che rispondono ai diversi significati dei termini.
  4. Safe Search. I siti che pubblicano articoli con “curse words” (parolacce o parole sconsigliate, per così dire) o con contenuti per adulti non compaiono tra i risultati degli utenti che hanno attivata la modalità Safe Search.
  5. Reclami copyright. Google penalizza le pagine che sono state oggetto di reclami sul copyright di contenuti o risorse.
  6. Diversità dei domini. Per alcune SERP, Google privilegia la presenza di domini differenti in nome della rilevanza anziché mostrare solo risultati da domini unici.
  7. Targeting geografico. Google potrebbe dare priorità ai siti che hanno un indirizzo IP locale e una estensione del dominio specifica per l’area geografica di riferimento.
  8. Immagini. Alcune query determinano la comparsa di un’anteprima delle immagini di Google.
  9. Ricerche locali. I risultati localizzati e le schede di Google My Business hanno spesso la priorità in SERP che il motore di ricerca valuta come “locali” (o per cui ritiene che la risposta più adatta sia un’indicazione localizzata).
  10. Ricerche transazionali. Le SERP di Google si trasformano in base all’intent degli utenti, come sappiamo: in particolare, quelle transazionali ora mostrano anche indicazioni per acquistare i servizi, come nel caso dei voli aerei.
  11. Box per shopping. Le ricerche transazionali generano anche un carousel di Google Shopping con la presentazione di una serie di prodotti acquistabili da vari eCommerce.
  12. Box Notizie Principali. Alcune query (prettamente informazionali) sono dei trigger per la comparsa di un box con le notizie principali di Google News, per fornire un trattamento preferenziale agli aggiornamenti recenti su tematiche di cronaca o argomenti “trend topic”.
  13. Ricerche navigazionali. Le query relative a un dominio o a un brand specifico generano risultati multipli di quello stesso sito.
  14. Potenza del brand. Il nome e la potenza del brand sono privilegiati nel ranking su Google, soprattutto per le query specifiche e di tipo navigational.
  15. Easter Egg. Google nasconde decine di easter egg, piccole chicche sorprendenti che si attivano quando si esegue una determinata query. Tra i più famosi ci sono quelli per “Atari breakout” (cliccando sulla ricerca per Immagini compare una versione giocabile del notissimo videogame!) o quello per anagramma (per cui l’algoritmo di Google risponde con un “forse cercavi arma magna“, che è per l’appunto un anagramma del termine!). Per una lista (relativa ai risultati su Google americano) rimandiamo a questa pagina di Wikipedia.
  16. Cronologia delle navigazioni. Questo è un fattore che influenza la visualizzazione personale delle SERP quando navighiamo dallo stesso dispositivo o collegati a un account Google: i siti che visitiamo più spesso si posizionano meglio nelle nuove query perché l’algoritmo memorizza delle preferenze dell’utente.
  17. Cronologia delle ricerche. Google traccia le query fatte dall’utente come misura di personalizzazione per ottimizzare i risultati successivi, offrendo quindi risposte più mirate a quello che prevede sia il search intent della persona.
  18. Contenuti YMYL. Google ha regole più forti e standard di qualità più elevati per la valutazione dei contenuti YMYL (your money, your life), ovvero per i siti e le pagine che si occupano di temi legati alla finanza e alla salute
  19. Algoritmo PayDay Loan. È un algoritmo realizzato per ripulire la SERP di query a rischio spam, come quelle legate ai piccoli prestiti (payday loan, in americano), contenuti pornografici e così via.

Segnali del brand

Anche il brand va posizionatoUn’altra sezione di fattori da tenere in considerazione è quella che fa riferimento specifico ai brand, intesi sia come “entità” che come marchio specifico:  dagli anchor text dei link alla presenza sui social, Google sembra guardare con un occhio di riguardo a questi segnali.

  1. Ancor text branded. Uno dei principali fattori di questa categoria è l’utilizzo di un anchor text branded, che resta un segnale tanto semplice quanto forte (ma attenzione ad abusare di questa informazione e sovra-ottimizzare le campagne di link building).
  2. Ricerche branded. Gli utenti cercano di frequente i brand: se quindi le persone cercano su Google un marchio specifico, il motore di ricerca identifica il sito come un “vero brand” e potrebbe valutarlo meglio.
  3. Ricerche di tipo brand + keyword. In aggiunta al caso precedente, anche le ricerche in cui compaiono il nome di un brand e altre keyword aumentano la visibilità del sito per gli algoritmi di Google (anche per query in cui quelle parole chiave sono poi slegate dal brand).
  4. Pagina Facebook. Se un brand ha una pagina Facebook che riceve molti like e interazioni potrebbe avere benefici anche per il posizionamento.
  5. Profilo Twitter. In modo simile, anche i profili Twitter branded con molti follower segnalano a Google di essere di fronte a un brand popolare.
  6. Pagina ufficiale LinkedIn. Una pagina ufficiale della compagnia su LinkedIn aiuta a rendere il brand più visibile.
  7. Social media account verificati. Google riesce a determinare se un account sui social media sia reale o fake: il numero e il tipo di interazioni con i follower, ad esempio, sono un elemento importante per la valutazione e il peso di questo segnale.
  8. Menzioni Brand nelle Notizie Principali. Quando si lanciano query sui brand davvero grandi, Google risponde sempre con un box di Notizie principali che informa sulle ultime attività; in alcuni casi, in particolare, Google prende feed direttamente dal sito ufficiale (che compare come primo risultato).
  9. Menzioni Brand senza link. Spesso i brand ricevono menzioni anche senza backlink e, secondo i SEO, Google interpreta comunque questi riferimenti come un fattore di ranking.
  10. Sede fisica dell’attività. Le aziende vere hanno uffici: partendo da questo assioma, si ritiene possibile che Google cerchi informazioni sulle sedi e sulla localizzazione dell’attività per valutare se un sito è o meno un grande brand.

Fattori di spam on-site

Gli errori di spam nel rankingGli ultimi due punti di questa lunghissima guida sono dedicati a un elemento molto delicato, ovvero la penalizzazione che un sito può subire a causa di comportamenti ritenuti scorretti da parte dell’algoritmo di Google: proviamo dunque a vedere innanzitutto quali sono le possibili penalizzazioni on-site e i relativi fattori considerati di spam. E, di conseguenza, impariamo quali sono le cose che infastidiscono spider e crawler che passano sul nostro sito, così da evitare di far arrabbiare Google e di ricevere penalizzazioni a pagine, keyword o sito intero.

  1. Penalizzazioni Panda. Sin dai tempi del Panda Update, Google punisce i siti con contenuti di bassa qualità (soprattutto le vecchie content farm) posizionandoli peggio, soprattutto dopo aver ricevuto la penalizzazione.
  2. Sovra-ottimizzazione del sito. Può apparire strano e paradossale, ma anche un eccesso di ottimizzazione sul sito può provocare penalizzazioni. Nell’elenco di cose da non fare rientrano il keyword stuffing, l’header tag stuffing, uso sproporzionato di enfasi del testo (ovvero di grassetti, corsivi e altri segnali del genere).
  3. Spam nella Meta Description. Utilizzare strategie di spam e keyword stuffing nella meta description (ad esempio, calcando la mano con l’utilizzo di keyword per provare a forzare l’algoritmo) può provocare una penalità.
  4. Focus sui profitti e non sui lettori. A partire dal 2017 e dalle conseguenze dell’algoritmo Fred, Google ha penalizzato i siti con contenuti di bassa qualità che puntavano a massimizzare i propri profitti con il posizionamento anziché concentrarsi sull’aiutare i lettori rispondendo al loro intent di ricerca.
  5. Siti di affiliazione senza valore aggiunto. Google dedica particolare attenzione all’analisi dei siti che partecipano a programmi di affiliazione, al punto da penalizzare in SERP “i siti che presentano perlopiù contenuti provenienti dalle reti affiliate” e che non “hanno abbastanza contenuti di valore aggiunto che li distinguano da altri siti nel Web”.
  6. Uso eccessivo di nofollow in uscita. Mettere in nofollow tutti i link in uscita dal sito potrebbe segnalare a Google un tentativo di “manipolazione” dell’algoritmo e di una creazione artificiosa del PageRank.
  7. Indirizzo IP riconosciuto come spam. Se l’indirizzo IP di un server viene marchiato come spam potrebbe contagiare e penalizzare tutti i siti allocati su quel server.
  8. Link verso Bad Neighborhoods. I link verso “cattivi vicini” possono essere nocivi anche in uscita: un collegamento esterno verso alcuni siti, soprattutto se attivi in settori YMYL e ritenuti spammy da Google, rischiano di compromettere la search visibility.
  9. Link di affiliazione nascosti. Tentare di nascondere i link di affiliazione, usando ad esempio tecniche di cloaking, è una possibile causa di penalizzazioni.
  10. Pagine doorway. Google non apprezza i tentativi di ingannare l’algoritmo o gli utenti, e anche le pagine doorway sono segnalate come potenziale fattore di penalizzazione, perché reindirizzano gli utenti su pagine o siti differenti da quelli promessi nei risultati di ricerca.
  11. Cloaking (o redirect subdoli). I reindirizzamenti subdoli (sneaky redirects, si definiscono) sono una strategia da evitare assolutamente: se Google se ne accorge scatta non una semplice penalizzazione, ma addirittura una de-indicizzazione del sito. Bisogna dunque evitare la tecnica del cloaking, la “pratica di presentare agli utenti umani contenuti o URL diversi da quelli presentati ai motori di ricerca”, fortemente sconsigliata dalle linee guida di Google.
  12. Pubblicità e popup invadenti. Come abbiamo detto più volte, Google tiene in grande considerazione l’esperienza di navigazione dell’utente: elementi come popup e pubblicità invadenti possono complicare e rendere negativa la fruizione delle pagine, e quindi sono valutate come segnale di bassa qualità del sito.
  13. Pubblicità interstitial. Google potrebbe penalizzare anche le pubblicità interstitial a schermo intero, che coprono completamente la visuale del sito che le ospita e il display dell’utente.
  14. Pubblicità above the fold. Un altro segnale di spam è la presenza di troppe pubblicità above the fold, che appesantisce la fruizione del sito per l’utente e compromettono la valutazione del “page layout algorithm” di Google.
  15. Contenuti autogenerati. L’algoritmo di Google è capace di identificare e penalizzare i contenuti auto-generati o scritti in formati apparentemente corretti ma, in pratica, privi di significato (si usa il termine “Gibberish” o, in italiano, Grammelot): quando incappa in siti e pagine del genere fa scattare una de-indicizzazione (anche se ci sono casi che raccontano l’esatto opposto, come il sito che si è posizionato con i testi in finto latino).

Fattori di spam e penalizzazioni off-site

Lo spam negativi per il rankingConclusa la parte riferita agli errori che si possono commettere nella gestione di un sito proprio, ora tocca all’analisi dei fattori di penalizzazione e indici di spam che Google individua nelle strategie off-site. Anche in questo caso, si tratta di comportamenti che forzano la mano per tentare di aggirare le linee guida del motore di ricerca e intercettare un miglior posizionamento, e che invece rischiano di tradursi in una penalizzazione o, nei casi peggiori, in una espulsione dall’indice di Google.

  1. Sito hackerato. Subire un attacco hacker potrebbe comportare una deindicizzazione del proprio sito: si tratta di un caso raro (è capitato a dicembre 2018 a Search Engine Land) e succede quando l’hackeraggio è molto pesante e altera tutte le pagine, a partire dalla home, inserendo contenuti interamente spam.
  2. Picchi non naturali di link. Google riesce a identificare se il ritmo di ricezione backlink è naturale o meno: quando individua afflussi anomali, svaluta il sito.
  3. Afflusso innaturale di backlink. Di conseguenza, più nello specifico, un improvviso e innaturale afflusso di backlink verso un sito fa scattare l’allarme in Google che si tratti di link falsi.
  4. Penalizzazioni Penguin. Ultimamente, le penalizzazioni di Google Penguin sembrano colpire le singole pagine e filtrare i link cattivi anziché interessare l’intero sito; in ogni molto, chi subisce tale penalità perde visibilità nelle ricerche.
  5. Profilo backlink di scarsa qualità. Google potrebbe interpretare come tentativo di manipolare il ranking la presenza di un profilo backlink di scarsa qualità, con collegamenti ricevuti soprattutto da fonti usati per tecniche SEO black hat.
  6. Backlink da siti off topic. Un’alta percentuale di backlink provenienti da siti non in topic e non tematicamente correlati potrebbe generare una penalizzazione manuale.
  7. Messaggi di avviso su link non naturali. Google invia segnalazioni dalla Search Console quando riscontra link non naturali, che in genere (ma non sempre) anticipano un crollo nel ranking.
  8. Link da directory di bassa qualità. Nella Guida di Search Console, Google segnala tra i collegamenti non naturali anche i baclink di siti di directory o segnalibri di bassa qualità.
  9. Link in article directory e comunicati stampa. Google individua tra gli schemi di link (e quindi penalizza) anche i collegamenti contenuti in siti di directory e comunicati stampa distribuiti su altri siti, soprattutto se gli anchor text sono ottimizzati.
  10. Link nei widget. Pericolosi e sconsigliati anche i backlink incorporati in widget distribuiti su vari siti, soprattutto se contengono tante parole chiave, sono nascosti o di bassa qualità.
  11. Backlink con stesso IP Class C. Ricevere una quantità innaturale di backlink da siti che condividono lo stesso server IP potrebbe convincere Google della presenza di una PBN contenitore di link (come dicevamo nell’articolo sui 10 errori di link building).
  12. Anchor text pericolosi. Esistono degli anchor text che sono a forte rischio spam o hackeraggio (soprattutto keyword relative a farmaci), e che in ogni modo possono colpire il ranking di un sito.
  13. Azioni manuali. Nella sezione Rapporto azioni manuali in Search Console si legge che “se è presente un’azione manuale associata al sito, una parte o l’intero sito non verrà mostrato nei risultati di ricerca di Google”: l’elenco di tali azioni (spesso tecniche di black hat SEO) comprende una dozzina di interventi, come spam generato dagli utenti, cloaking, immagini compromesse, comandi di reindirizzamento non ammessi sui dispositivi mobili e così via.
  14. Vendita di link. Se Google pizzica un sito che vende link potrebbe penalizzare la sia visibilità nelle ricerche.
  15. Effetto sandbox. Secondo alcuni analisti SEO, Google metterebbe in una sandbox (la sabbionaia con cui si intrattengono i bambini al parco) i domini più nuovi che competono per parole chiavi più concorrenziali, in particolare quelli che ottengono rapidamente backlink. Una sorta di limitazione del Pagerank delle pagine e di verifica della validità dei siti e dei backlink da parte di Google, per evitare azioni manipolative delle SERP.
  16. Google Dance. A volte le SERP ballano anche per specifica volontà di Google: col nome Google Dance si fa riferimento a un fenomeno specifico, ovvero agli sbalzi improvvisi e di breve durata delle pagine dei risultati i cui criteri sono mescolati da Google per verificare l’eventuale presenza di domini che utilizzano strategie black hat e testare l’effettiva autorevolezza.
  17. Disavow Link. Come sappiamo, Google ha studiato il Disavow Link Tool per consentire di rimuovere manualmente collegamenti che provengono da fonti sconosciute e ritenute minacciose, che potrebbero generare SEO negativa.
  18. Richiesta di revisione. Per risollevarsi da una penalità si può sottoporre una richiesta di revisione a Google: se accettata, il sito può recuperare la visibilità precedentemente persa.

GM