Le SERP di Google privilegiano contenuti freschi. È da tanti anni che si ripete questa affermazione, come un mantra, facendo riferimento al cosiddetto algoritmo QDF di Google, la regola query deserves freshness per cui, appunto, la novità e la freschezza sono criteri che valgono una priorità nel ranking. Ma è ancora così? E quanto pesano questi fattori? Proviamo a fare un punto sulla situazione, alla luce delle costanti evoluzioni dei sistemi di interpretazione dei contenuti del motore di ricerca.

Che cosa significa Quality Deserves Freshness

Query Deserves Freshness, o QDF, non è un concetto nuovo ma spesso viene interpretato in modo improprio nella pianificazione delle campagne SEO, soprattutto quando si tratta di contenuti: estremizzando il concetto, secondo alcune teorie cambiare la data degli articoli e la frequenza di pubblicazione dei nuovi contenuti avrebbero un impatto sul ranking, proprio perché determinano la “freschezza” del sito agli occhi di Google, ma in realtà anche l’ex Googler Kaspar Szymanski ne parlò come un “falso mito” già alcuni anni fa.

Traducibile in italiano come “la query merita freschezza” (e, per estensione, risultati di ricerca attuali), questa espressione significa intuitivamente che in alcune query i motori di ricerca riordinano i risultati della ricerca in modo che i contenuti più recenti si posizionino più in alto, premiando appunto la “freschezza”.

La storia dell’algoritmo QDF di Google

L’algoritmo battezzato Query Deserves Freshness è stato effettivamente lanciato da Google nel 2007 e poi aggiornato nel 2011 (nell’ambito dell’evoluzione del nuovo search index Caffeine) per identificare gli argomenti e le query di ricerca per cui gli utenti necessitano di contenuti aggiornati, in modo da avvantaggiarli nelle pagine dei risultati di ricerca.

Si tratta di un modello matematico che riesce a determinare se e quando gli utenti desiderano informazioni aggiornate e attuali, ovvero “fresche”, e si basa sulla popolarità di un argomento, esaminando il flusso di miliardi di query su Google e il numero di contenuti nuovi pubblicati sul tema.

Come funziona l’algoritmo QDF

In estrema sintesi, l’algoritmo QDF analizza i modelli di ricerca dell’utente per rilevare quando sta tentando di accedere a informazioni attuali (e quando invece non lo sta facendo), e si attiva quando Google registra un aumento insolito dei volumi di ricerca o delle citazioni di un determinato argomento principalmente in tre ambienti: riviste e blog, pagine multimediali e query dirette sul motore di ricerca.

Non tutte le query sono però uguali e soprattutto non tutti i topic lo sono: le ricerche per “presidente degli Stati Uniti” generano risultati che cambiano più spesso di quelli per chi cerca “biografia di Caterina la Grande”, perché è solo nel primo caso che – tendenzialmente – gli utenti hanno bisogno di leggere contenuti “freschi”.

Query deserves freshness, chiarimenti e spiegazioni

Quindi, è vero solo in parte che Google premia la freshness: questo avviene solo se la freschezza risponde al search intent e corrisponde davvero a un interesse mutato o in crescita delle persone. C’è poi un altro tipo di freschezza – quella a livello di sito – che “impone” di aggiornare con costanza i contenuti pubblicati (anche gli evergreen!) per evitare che possano risultare “scaduti” o troppo vecchi, e quindi perdere posizioni e visibilità in SERP.

A livello di topic, l’attualità vale principalmente “per i siti come giornali, riviste o portali che operano con notizie frequenti e veloci, per i quali la freschezza verticale può tradursi in un vantaggio competitivo”, come spiegava ancora Szymanski, mentre per la stragrande maggioranza dei siti Web la freshness “non è importante come fattore SEO”.

In effetti, l’algoritmo QDF non si applica a tutti i tipi di query e cerca solo di servire la missione più ampia di restituire contenuti e risultati pertinenti per soddisfare l’intento dell’utente, e può influire sul posizionamento di contenuti relativi a eventi ricorrenti specifici (festival musicali, manifestazioni, fiere annuali, eventi politici come le elezioni eccetera), ma anche di contenuti che richiedono aggiornamenti frequenti e informazioni recenti (tecnologie – come la query “i migliori smartphone” – sport, gadget, offerte di lavoro e altro ancora).

L’algoritmo è più rilevante per le query di tipo informativo, come ad esempio le notizie o temi di tendenza; quindi, in genere non “interessa” i contenuti e le query transazionali, per le quali comunque vale sempre la regola del rispetto dell’intento di ricerca, che può cambiare in linea con gli eventi del mondo reale, come abbiamo visto in occasione della pandemia con l’impatto del Covid su ricerche e SERP.

Gli esempi di freschezza

L’evoluzione di Google e la sempre maggiore capacità di comprendere ciò che davvero vogliono gli utenti – anche grazie a sistemi come BERT – ha fatto fare passi da gigante anche all’algoritmo QDF, come si è visto in caso di eventi improvvisi, come ad esempio le evoluzioni delle SERP per le nuove ricerche sul Coronavirus o le “rivoluzioni” causate dal cielo arancione visto da milioni di persone nel nord della California a settembre 2020, divenuto un caso esemplare.

Come scrivevamo nel nostro articolo, in quella occasione moltissime di quelle persone hanno cercato risposte sul motore di ricerca per capire cosa stesse succedendo, e Google ha risposto cambiando in tempo reale le sue SERP, sfruttando anche funzioni come i featured snippet: le risposte precedenti indicizzate dal motore, infatti, offrivano solo “spiegazioni scientifiche generali su ciò che può far diventare il cielo arancione”, ma i californiani volevano sapere perché il cielo fosse arancione in quel momento e nel luogo in cui si trovavano.

Per questo, Google ha fornito dei risultati più freschi, adattando le risposte in base al contesto locale e usando anche il tempo e la posizione per aiutare gli algoritmi a capire cosa sta veramente cercando l’utente.

SEO e freschezza, cosa dobbiamo sapere

Il freshness update ha consentito a Google di far emergere contenuti di tendenza, regolari o aggiornati di frequente, introducendo il fattore tempo come indicatore di pertinenza e rilevanza per rendere i risultati della ricerca più rispondenti alle intenzioni dell’utente, come ha notato Kayle Larkin.

Tuttavia, spesso le persone (e non di meno i SEO) fraintendono l’aggiornamento, pensando che dia la priorità alle date di pubblicazione recenti nella valutazione dei risultati: si tratta chiaramente di una semplificazione eccessiva, che però ha alimentato molteplici “hack” virali come la creazione massiva di contenuti o il semplice aggiornamento delle date di pubblicazione come presunte buone strategie SEO.

La differenza tra freschezza e frequenza di pubblicazione

Il primo equivoco riguarda la differenza tra freschezza e frequenza: in ambito SEO (e, soprattutto, secondo ciò che intende Google) freshness è la data in cui una pagina è stata originariamente pubblicata o sensibilmente modificata. Frequenza, invece, fa riferimento al tasso di pubblicazione dei contenuti, e quindi al ritmo con cui gli articoli appaiono sul sito.

A partire da Google Caffeine, come detto, i bot di Google scansionano più spesso i siti che pubblicano contenuti con maggior frequenza (ne parlava anche Martin Splitt a proposito dei falsi miti sul crawl budget e sul crawl demand), ma questa attività non è immediatamente collegata al ranking: detto in altre parole, è la differenza tra indicizzazione e posizionamento, che seguono criteri differenti – e Google ha ufficialmente chiarito che i suoi algoritmi di ranking non tengono conto della frequenza di pubblicazione, che non è dunque un fattore di posizionamento.

Quanto conta la data di pubblicazione (e come viene compresa da Google)

Molti siti mostrano la data di pubblicazione dell’articolo ed esistono anche specifici markup che consentono di segnalare al motore di ricerca la data originaria e gli eventuali aggiornamenti successivi, ma Google preferisce esaminare diversi fattori (e, soprattutto, non solo le date visibili online), per determinare quando una pagina è stata pubblicata o aggiornata in modo significativo.

Proprio l’aggettivo è un fattore cruciale, perché Google invita chiaramente a non aggiornare artificialmente una pagina (espressamente una notizia, perché le news sono il topic più interessato alla tempestività e alla freschezza) senza aggiungere informazioni significative o motivi convincenti per assegnarle una nuova data e ora.

Guardando le SERP, ci possiamo rendere conto di quanto valga la freshness (e quindi la data di pubblicazione) a seconda della tipologia di tema e di user intent: per i contenuti generalisti, come ad esempio guide o informazioni “assodate”, non è raro veder comparire in prima pagina dei link con date piuttosto vecchie, risalenti anche da alcuni anni fa.

Al contrario, per query legate all’attualità, soprattutto per intenti commerciali o transazionali – ma anche semplicemente che contengono termini che rimandano in qualche modo a un aspetto temporale, come “trend” – è molto più importante la freschezza, perché le informazioni sono volatili e soggette a rapidi cambiamenti.

La non freschezza per la query SEO

Nelle immagini vediamo due esempi pratici: nella SERP per [SEO] compare in posizione prominente il risultato di StudioSamo che risale addirittura al 2012 (ma una possibile fonte di freschezza arriva dal box con le Notizie Principali), segno di una rilevanza che si è mantenuta inalterata nel tempo secondo Google. Al contrario, la query [SEO trend] ci restituisce solo risultati del 2022, perché Google comprende che l’utente è interessato a ottenere informazioni attuali, valide nel contesto contemporaneo. Inoltre, nella prima SERP non compaiono le date accanto alle pagine (forse perché all’utente non “interessa” che l’informazione sia recente, ma solo che sia esaustiva), mentre nella seconda tutti i primi risultati posizionati mostrano la data.

La query SEO trend ha bisogno di freschezza

In questo caso, Google ritiene la freschezza importante per l’esperienza dell’utente.

Freschezza, frequenza e aggiornamento contenuti: cosa fare?

In definitiva, possiamo sintetizzare dicendo che a Google non importa con quale frequenza pubblichiamo gli articoli o se continuiamo a modificarne la data, se questo non si lega a una vera strategia.

Aggiornare i contenuti e in particolare rinfrescare gli evergreen è una ottima pratica SEO, ma solo se lo facciamo con consapevolezza e con senso, ovvero se modifichiamo davvero le informazioni, la qualità e la pertinenza del contenuto per allinearlo alle rinnovate intenzioni degli utenti e ai progressi del settore.

Quindi, quando valutiamo l’opportunità di metter mano a un vecchio articolo dobbiamo innanzitutto verificare se sia cambiato “qualcosa” rispetto alle informazioni valide al momento della stesura, e poi intervenire con la revisione. Allo stesso modo, è utile controllare le risposte di Google per la query e la keyword di destinazione, per verificare ad esempio se inizia a visualizzare immagini, video o risultati multimediali nella SERP e orientare di conseguenza anche la nostra pagina, rendendola davvero “fresca”.