Siamo appena entrati nel nuovo anno, ma in questi giorni possiamo ancora dedicare del tempo a guardare indietro a ciò che è stato il 2019 della SEO e della Ricerca di Google in maniera proficua: non solo per ricordare i momenti da montagne russe che hanno interessato i nostri progetti, ma anche (e soprattutto) per trarre indicazioni utili sul futuro. Dopo aver visto la lista degli aggiornamenti di Google del 2019 a livello algoritmico, è il momento di allargare la nostra panoramica a tutto l’ecosistema.

Risultati di ricerca e tendenza zero clic sui link

L’elemento principale su cui concentrare l’attenzione è probabilmente l’incremento delle ricerche a zero clic su Google, ovvero di query soddisfatte direttamente dalla pagina dei risultati di ricerca di Google e, quindi, di utenti che non cliccano sui link dei siti posizionati in SERP. Come ricorda George Nguyen su Search Engine Land, nel corso del 2019 questa tendenza ha raggiunto il massimo storico, rappresentando oltre il 50% delle ricerche di Google.

Il calo dei clic organici è stato causato in maniera determinante dalle modifiche dell’interfaccia utente nella pagina dei risultati di ricerca di Google: ad esempio, nell’ultimo biennio nelle query da mobile sono più che raddoppiate le rich answers, che spesso eliminano la necessità per gli utenti di fare clic su un risultato, e sta aumentando anche la tipologia di dati strutturati supportati da Google per generare rich results nella Ricerca.

Cambia l’interazione degli utenti con le SERP

Queste innovazioni e la prevalenza dei risultati ricchi ha influenzato il modo in cui le persone navigano nelle funzionalità di ricerca, dando origine a quello è stato definito un pinball pattern, una modalità di interazione in cui gli utenti rimbalzano lo sguardo e l’attenzione tra gli elementi in modo non lineare.

Si tratta probabilmente di un processo ancora in evoluzione, che sta già portando alla creazione di nuove strategie per intercettare gli utenti: come suggerisce anche Rand Fishkin (molto critico con Google, definito “competitor di tutti i siti“), ora bisogna puntare sulla brand awareness e sull’ottimizzazione del marchio anziché sui clic organici, sfruttando la visibilità offerta da Google (anche con i rich results) per migliorare la propria visibilità e conquistare la fiducia degli utenti.

Quality raters, le modifiche alle linee guida che interessano anche la SEO

Come sappiamo, Google impiega un piccolo esercito di circa 10mila collaboratori esterni per valutare i risultati della Ricerca: anche se non influenzano direttamente le classifiche e il ranking, i quality raters forniscono feedback che aiutano Google a migliorare i suoi algoritmi. Nel corso dell’anno, le linee guida che questi valutatori umani devono seguire sono state aggiornate tre volte.

A maggio, le linee guida sono state aggiornate con riferimenti più espliciti al paradigma EAT di Google e hanno fornito indicazioni sulla valutazione di annunci interstitial nelle pagine e sul valore di autorevolezza ed esperienza dei creatori di contenuti.

A settembre l’enfasi è stata indirizzata sull’attenzione alle fonti dei contenuti, in particolare per le notizie e per i temi Your Money Your Life, e sono stati aggiunti riferimenti all’incitazione all’odio e alla violenza come elementi che possono determinare punteggi bassi nella valutazione.

Con l’ultimo aggiornamento di dicembre, infine, Google ha invitato i quality raters a rispettare l’obiettività e l’imparzialità nel corso del loro lavoro, senza lasciarsi influenzare da “opinioni personali, preferenze, credenze religiose o opinioni politiche”.

Gli interventi su Googlebot e le novità per crawling, indexing e ranking

Sono stati molti anche gli interventi tecnici messi a punto dal team della compagnia californiana, che forse mai come nel 2019 hanno lavorato per migliorare il sistema della Ricerca nel suo complesso.

La prima grande novità è il nuovo sistema di indicizzazione: dal 1 luglio tutti i siti sconosciuti a Google sono inseriti nell’indice utilizzando il mobile-first index, e i siti meno nuovi vengono così aggiunti quando Google li ritiene pronti.

A maggio è stata invece lanciato Googlebot evergreen, la versione sempreverde del crawler con cui Google scansiona il Web, capace di essere sempre aggiornato all’ultima versione di Chromium: questo significa che, nonostante alcune limitazioni (soprattutto con JavaScript), il bot può vedere una parte maggiore dei contenuti dei siti, generando meno casi di problemi di scansione.

Un’altra data importante è stata il 1 settembre, quando sono entrate ufficialmente in vigore le nuove direttive sulle regole supportate da Google nel Robots Exclusion Protocol, che in particolare deprecano l’uso di noindex nel file robots.txt.

Il nuovo nofollow e due nuovi attributi per i link

Una delle sorprese maggiori è arrivata sul finire dell’estate: era l’11 settembre quando la comunità SEO è stata sconvolta dall’annuncio della modifica del comportamento di Google verso il rel nofollow di un link per questioni di ranking, trasformato da direttiva obbligatoria a non seguire in semplice suggerimento, hint. Nell’occasione, sono stati anche lanciati due nuovi attributi per i link, ovvero UGC e sponsored, per segnalare rispettivamente i collegamenti generati dagli utenti e quelli inseriti a seguito di un accordo commerciale.

A proposito di sorprese, nel 2019 abbiamo anche detto ufficialmente addio a rel=prev/next come fattori di indicizzazione, markup di paginazione ufficialmente ritirato dopo che – come confessato da John Mueller – Google non lo usava più ormai da anni.

Lo stesso Senior Webmaster Trends Analyst è stato il protagonista di un altro hot topic dell’anno della SEO, sostenendo che i titoli H1 non servono al ranking, che non importa come si usano e che è possibile anche inserire più heading H1 nella stessa pagina senza alcuna penalizzazione. In realtà, al di là delle valutazioni di Google o dei Googler, la qualità dei contenuti onpage passa anche dagli heading, che sono un elemento utile per fornire una migliore user experience e una modalità di lettura più chiara alle persone.

Altre tendenze nel mondo della SEO

Molto rilevante è anche l’area della visual search, ovvero la ricerca per immagini che sta diventando un elemento centrale nella strategia di Big G, che in quest’anno ha aggiunto nuove funzionalità a Google Lens, come  traduzioni live, la possibilità di scansionare e ricercare oggetti dei menu del sito e “idee di stile” che sfruttano le capacità di riconoscimento delle immagini per l’e-commerce (integrandosi anche al nuovo Google Shopping).

Numerosi gli interventi anche a Google Immagini, che resta il secondo motore di ricerca più usato al mondo, e che ha visto nel corso dell’anno vari interventi anche sul design e sull’usabilità.

Ricerca local e update algoritmici

Un altro fronte intenso dell’attività di Mountain View è stato quello della ricerca local; innanzitutto, è proseguita l’evoluzione di Google My Business, che ha aggiunto altri strumenti dedicati ai proprietari di attività commerciali, come la gestione di recensioni collettive, un nuovo programma di screening e shortnames ricercabili.

A novembre, però, è stata notata una forte volatilità nelle SERP local di Google, e la compagnia ha successivamente confermato il lancio di un aggiornamento algoritmico al motore per questo tipo di query, chiamato Nov. 2019 Local Search Update. Le modifiche sono state principalmente legate alla pertinenza, con una correlazione al neural matching che dovrebbe aiutare a capire quando una query contiene intenti di ricerca locali.

L’espansione di Google

Il 2019 è stato anche l’anno in cui Google ha continuato a espandere le sue attenzioni ad altri settori: nel travel, ad esempio, il colosso americano ha avviato la ricerca di hotel e di case in affitto direttamente in SERP, con integrazione al sistema di ricerca e a Maps. Uno strumento ulteriormente migliorato nei mesi successivi con Trips, un’unica interfaccia web con cui è possibile eseguire ricerca di voli e hotel, ricerca di destinazioni e una timeline delle prenotazioni.