Nella giornata di ieri abbiamo dedicato un lungo focus al tema della migrazione dei siti, approfondendo le varie tipologie di trasferimento e provando a offrire consigli, spunti e best practices per eseguire questo processo nel modo più fluido. Tuttavia, dicevamo, qualche effetto negativo può sempre verificarsi, soprattutto nelle prime fasi dopo il completamento dell’opera, e soprattutto c’è la possibilità di incappare in errori di migrazione che si trasformano in guai.

Le criticità con il processo di trasferimento di un sito

In generale, possiamo dire che il fallimento nella migrazione del sito web si verifica quando entrano in gioco alcune componenti, come una sottovalutazione dei rischi connessi al processo di trasferimento, una pessima pianificazione preventiva dei vari passaggi, l’assenza di una checklist delle operazioni da eseguire (o il mancato rispetto dei suoi punti) e, non ultimo, la mancanza di competenze tecniche necessarie da parte di chi esegue la migrazione.

1.     Dimenticare di trasferire le immagini

Uno degli errori più frequenti che si commettono durante la migrazione, soprattutto nel trasferimento da CMS a CMS, è dimenticare o trascurare le immagini. Queste risorse multimediali rappresentano una parte della strategia SEO in particolare per gli eCommerce, che traggono vantaggio e traffico anche dalle ricerche su Google Images. Pertanto, perdere ranking per la ricerca di immagini può significare anche perdita di conversioni.

Limitare i disservizi nella migrazione

Durante il suo intervento all’ultimo ZoomDay a Napoli, Giuseppe Liguori si è soffermato proprio su questo aspetto, spiegando che – in base alla sua esperienza – non esiste un modo semplice per migrare le immagini da CMS a CMS. Per eseguire nel miglior modo possibile questa operazione, Liguori consiglia di “tenere le vecchie cartelle ancora presenti per un periodo sufficientemente lungo, per poi attendere che Google capisca che la pagina è cambiata”, premettendo comunque che non è “la soluzione ottimale perché andrebbero gestiti anche lì i 301, ma non sempre è fattibile”.

2.     Non eseguire correttamente i redirect

La seconda categoria di errori riguarda la cattiva gestione dei redirect, che rappresentano lo strumento più importante per evitare disservizi e limitare i problemi. In questo caso, gli sbagli da evitare sono i reindirizzamenti temporanei (i redirect 301 devono essere permanenti o comunque restare attivi il più a lungo possibile, per non sfociare in altre tipologie e status di errore) o redirect del tipo “uno a tanti” verso la nuova home, che Google interpreta come “soft 404“.

Una strategia più efficace prevede, nel caso in cui una pagina vecchia non abbia corrispondenza esatta con una del nuovo sito, di reindirizzare la risorsa verso una pagina di categoria o una pagina che sia affine per contenuto trattato.

3.     Non impostare una pagina personalizzata per l’errore 404

Passiamo a un errore per così dire “di concetto”: una buona strategia di limitazione dei rischi e dei disservizi non può non prevedere la possibilità che qualcosa vada storto. Pertanto, nell’ottica di fornire comunque un’attenzione all’utente e alla sua esperienza sul sito, è sempre preferibile durante la fase di migrazione assicurarsi di progettare delle pagine personalizzate per l’errore 404, il più temuto status per i siti.

Leggendo le informazioni riportate su questa “pagina non trovata“, condite magari da un messaggio ironico o da consigli per atterrare su altre risorse utili, il lettore non si troverà disorientato ma potrà avere indicazioni per proseguire la navigazione all’interno del nuovo sito web

4.     File Robots.txt non configurato correttamente

Ben più gravi sono le conseguenze degli errori legati alla mancata o sbagliata configurazione del file robots.txt al termine del processo di trasferimento del sito: nella procedura regolare, bisogna aggiornare il file ed evitare che possano risultare bloccate risorse o sezioni del sito che invece devono essere aperte.

Altra criticità frequente è l’uso della direttiva disallow nel robots.txt su cartelle che contengono i file CSS e Javascript che sono necessari ai browser per disegnare correttamente la pagina e agli spider come Googlebot per scansionare e indicizzare correttamente gli elementi contenuti.

5.     Non controllare i backlink

L’ultimo errore che aggiungiamo a questo veloce elenco di problemi legati alla migrazione di un sito riguarda un argomento delicato per la SEO, ovvero i backlink che, come ripetiamo di frequente, sono tra i più importanti segnali di ranking su Google.

Pertanto, per evitare scossoni al posizionamento raggiunto dopo tanto lavoro e fatica, bisogna procedere con particolare criterio e attenzione in ogni fase della migrazione e verificare rigorosamente le impostazioni dei redirect sulle pagine che nel tempo avevano ricevuto backlink.

Verificare i backlink anche dopo i redirect

Oltre ai cambiamenti standard, come le modifiche ai link dei profili social in caso di trasferimento del dominio o rebranding, il consiglio generale è di procedere all’aggiornamento degli URL di riferimento dei collegamenti in ingresso verso il sito migrato, contattando eventualmente i singoli webmaster di questi siti (a cominciare da chi gestisce i domini più importanti e dal trust maggiore) per segnalare la migrazione e dunque richiedere la conseguente modifica ai link.

Il modo più efficace di procedere in questa operazione inizia nelle fasi preventive del processo di migrazione, quando si può scaricare l’elenco delle risorse che puntano verso il sito in dismissione grazie ai classici strumenti di analisi backlink, verificando poi a trasferimento completato che i redirect funzionano e se c’è la possibilità di linkare direttamente alle nuove risorse, semplificando così anche il percorso che deve seguire Google per raggiungere la destinazione corretta.

GM