Tutto sulla link building: guida e strategie per rafforzare il brand

Una caccia al backlink, a un guest post da piazzare o a una metrica di Domain Authority da incrementare. Per molti, la link building resta ancora questa cosa qui, anche se ormai da anni le regole del gioco non sono semplicemente cambiate, ma il gioco stesso è stato trasformato. L’avvento di AI Overview di Google, che sta ridisegnando le SERP e riducendo il traffico organico tradizionale verso i siti, con i click che non seguono più le impression, ha accelerato un’evoluzione già in atto.

L’epicentro dell’autorevolezza si è spostato dal singolo link all’intero ecosistema digitale del brand: la reputazione, la coerenza, il “brusio” che circonda il marchio online. Oggi è proprio il brand a fare la differenza, le menzioni contano più del numero di link e la voce del nostro progetto deve circolare in modo naturale.

Questa non è l’ennesima guida nostalgica, ma un racconto di fa link building, Digital PR e SEO con metodo, superando le scorciatoie e concentrandosi su quello che davvero porta risultati: farsi scegliere da Google e dalle persone grazie a una presenza diffusa, un’autorevolezza costruita nel tempo, strumenti che misurano la realtà – non solo la teoria.

Che cos’è la link building: la definizione classica e le sue logiche

La link building è il processo strategico finalizzato ad acquisire hyperlink, comunemente detti backlink, da altri siti web verso il proprio.

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Nella sua accezione più pura e tradizionale, è la costruzione di una rete di collegamenti tra un sito e gli altri e per anni è stata uno dei pilastri fondamentali della SEO – e in particolare la più nota delle attività afferenti alla SEO offpage. Il suo obiettivo primario e quasi esclusivo era semplice: migliorare la visibilità e il posizionamento di un sito sui motori di ricerca. Era la strategia di chi voleva “salire” in Google e si basava nel tentativo di far inserire un link verso il proprio sito all’interno di altri siti, blog, portali e risorse online.

La logica, basata sull’idea originale dell’algoritmo PageRank di Google, era semplice e potente: ogni link da un sito esterno viene interpretato come un “voto” di fiducia. Se un sito autorevole inserisce un link a una nostra pagina, sta implicitamente dicendo a Google “questo contenuto è valido e affidabile”. Più voti autorevoli e pertinenti un sito riceveva, più Google lo considerava meritevole di un buon posizionamento, trasferendo attraverso i link una sorta di “succo” di autorevolezza (il cosiddetto link juice), che dava una spinta alla scalata delle SERP, alimentando la reputazione del brand.

Le tecniche classiche per fare link building

Sulla base di questo modello, negli ultimi vent’anni sono nate e si sono diffuse innumerevoli tattiche di link building: la pubblicazione di guest post su blog terzi, l’inserimento del sito in directory di settore, la ricerca di link rotti da sostituire (la cosiddetta “broken link building”, che consiste nel trovare collegamenti non più funzionanti su un sito e proporre i propri contenuti come alternativa), la creazione di contenuti asset (infografiche, ricerche originali) per attrarre collegamenti naturali.

Non sono mancati gli schemi più spinti: scambi di link reciproci, network di siti controllati (le famose PBN), acquisto di spazi su portali “contenitore” e strategie che avevano poco a che fare con la qualità editoriale.

Google non è rimasto a guardare. Nel tempo ha introdotto linee guida sempre più severe, contrastando le pratiche manipolative in stile black hat SEO e i tentativi di forzare la crescita dell’autorità solo con la quantità dei link. E così, ogni tentativo di manipolare il ranking attraverso pratiche sleali – acquisto di link, scambi massivi, network artificiali – viene considerato una violazione delle linee guida di Google e può portare a penalizzazioni algoritmiche o azioni manuali.

L’importanza dei link per Google (e per la Rete)

C’è però un concetto che è opportuno ribadire: i link sono la base stessa di Internet, che non è casualmente definita Rete o Web, con un riferimento simbolico ai fili della tela del ragno o a quelli dell’intreccio, rappresentati appunto dai collegamenti.

E anche oggi Google utilizza ancora sistemi di analisi dei link (tra cui lo stesso PageRank, costantemente aggiornato) come parte integrante dei suoi ranking systems, che non si limitano più a “conteggiare” i collegamenti, ma analizzano il modo in cui le pagine sono collegate tra loro per capire temi, entità e segnali di utilità.

Siamo ben lontani dagli in cui bastava aumentare semplicemente il numero di backlink, senza prestare attenzione al valore reale delle fonti o alla coerenza tematica: in effetti, è già dopo l’aggiornamento Penguin del 2012 che c’è stato il punto di svolta, e la progressiva integrazione dell’intelligenza artificiale ha rafforzato questa dinamica: oggi i link, le menzioni e la loro varietà alimentano non solo le SERP, ma anche le risposte delle AI Overview, in cui la reputazione diffusa del brand (non il singolo backlink) determina la presenza tra le fonti.

La qualità di ogni link viene valutata nel suo contesto: Google riconosce pattern innaturali, manipolazioni e network costruiti ad hoc, assegnando reale valore solo alle citazioni provenienti da fonti affidabili e coerenti, valutati anche secondo il framework EEAT.

Ogni strategia efficace parte da qui: non da quanti link ha il brand, ma da chi ne parla, in quali contesti, con che autorevolezza, e quanto la sua presenza si integra con il sistema di ranking sempre più basato su entità, topic e segnali di coerenza.

Il cambiamento: la link building oggi, dal link alla reputazione

Oggi si parla di link building non più come di una semplice tecnica “per la SEO”, ma come di una leva strategica per la reputazione, la riconoscibilità e la crescita del brand su tutti i canali digitali.

Dobbiamo dire addio al concetto di raccolta di collegamenti “utili per Google”, con un approccio quantitativo e spesso meccanico.

Lo abbiamo detto: la vera svolta è arrivata con gli aggiornamenti dell’algoritmo di Google, l’esplosione dei canali digitali e l’ingresso dell’AI Overview, per cui non basta più collezionare link e non esistono più “scorciatoie” universali.

Oggi Google misura la coerenza, la diffusione e la qualità delle conversazioni intorno al brand. Il link non è più la causa principale della reputazione, ma una delle sue possibili conseguenze: se la presenza digitale è riconosciuta, autorevole e apprezzata su più canali, i link arrivano come risultato naturale di questa reputazione. E le menzioni editoriali, le citazioni in contesti tematici, i segnali sociali e i riferimenti nei video, nei social o nelle community verticali pesano almeno quanto (e talvolta più di) un link diretto.

Può sembrare una novità rivoluzionaria, ma in realtà era quello che aveva già intuito il nostro Ivano Di Biasi nel 2017, con il suo volume “Link Building”. Google – e le persone – cercano segnali reali e interconnessi di valore, conversazioni autentiche e presenza diffusa, non solo link formali o isolati.

Il nuovo paradigma mette al centro il brand: ciò che conta davvero è diventare un punto di riferimento riconosciuto nel proprio settore, costruendo relazioni e collaborazioni che portano valore a chi le riceve, non solo “link juice” al sito.

Ecco allora una nuova definizione di link building: l’arte – e la pratica quotidiana – di ottenere che altri parlino del brand in modo credibile, citando il sito, l’azienda o i suoi contenuti attraverso link, menzioni, articoli e collaborazioni che hanno valore per il pubblico e per l’identità online.

Fare link building nel 2025 vuol dire lavorare sulle relazioni che costruiscono autorevolezza, sulle conversazioni che danno fiducia, sui segnali che fanno crescere il valore del brand, ben oltre la somma dei backlink acquisiti. Conta il modo in cui siamo riconosciuti e raccontati nei diversi ambienti digitali, quanto il nostro nome circola in contesti affidabili, quanto siamo visibilo in portali di settore, community, social, video e nuove tipologie di risultati di ricerca.

L’evoluzione non è solo terminologica: è strategica, pratica e misurabile.

La rivoluzione delle menzioni: quando il brand parla

Se il brand è il nuovo centro della SEO, dobbiamo chiederci “come fa Google a misurarne l’autorevolezza al di là dei semplici link?”. La risposta risiede in un concetto tanto semplice quanto potente: le menzioni.

Google oggi non si limita a seguire i link, ma legge e comprende il web. Ascolta le conversazioni, analizza i contesti, valuta chi parla di chi.

Gli algoritmi hanno affinato la capacità di leggere il contesto in cui si parla di noi: capiscono la differenza tra una citazione editoriale in un blog specializzato e un semplice link ottenuto da un portale generalista. Menzioni, citazioni, recensioni, presenza in discussioni verticali o nei video, collaborazioni genuine: tutto contribuisce a formare una mappa semantica che definisce la nostra autorevolezza. Serve entrare nelle conversazioni che costruiscono valore: blog autorevoli, podcast tematici, recensioni qualificate, video, commenti di esperti e discussioni tra professionisti. Una rete di menzioni credibili, distribuita su canali, formati e fonti differenti, rafforza la percezione del brand e lo rende un punto di riferimento per persone, algoritmi e sistemi di intelligenza artificiale.

Chi riesce a costruire questa rete di menzioni qualificate ottiene visibilità reale e stabile, resiste ai cambiamenti degli algoritmi e riesce a posizionarsi come punto di riferimento in un mercato sempre più affollato di voci e contenuti, che fa emergere chi è capace di farsi riconoscere come autorevole prima ancora che “linkabile”.

Menzioni, citazioni e buzz: nuovi segnali per Google

Le menzioni sono tutte quelle occasioni in cui il brand, sito o prodotto viene citato in modo esplicito, anche senza un collegamento ipertestuale. Possono essere citazioni in un articolo di settore, riferimenti in discussioni social, apparizioni in video, podcast o interviste, oppure semplici segnalazioni su community specializzate.

Grazie ai suoi sistemi di Natural Language Processing, Google oggi è perfettamente in grado di riconoscere questi segnali e di associarle alla nostra entità (il brand): capisce e valuta chi sta parlando di noi (l’autorevolezza della fonte), dove ne sta parlando (la pertinenza del sito), con quale frequenza e come ne sta parlando (il sentiment positivo, negativo o neutro del contesto).

Una menzione su un blog verticale, o da parte di un esperto riconosciuto, può avere un peso decisivo – persino superiore a un link classico inserito in modo forzato. Lo raccontava anche Maria Paloschi durante una live SEOZoom Caffè: la menzione spontanea su un blog di nicchia ha portato alla presenza del brand tra le fonti AI Overview, anche in assenza di backlink.

Sono queste conversazioni che danno valore e che oggi Google interpreta come “buzz”: un’eco diffusa, coerente e naturale, che rafforza davvero la nostra posizione.

Menzioni strategiche: il doppio vantaggio nell’era AI

Ma oggi la semplice citazione testuale del brand gioca un ruolo decisivo anche per la visibilità nelle risposte AI e nei sistemi di generazione aumentata dalle fonti (RAG).

Sintetizzando, più un brand viene citato all’interno di fonti autorevoli e pertinenti, più cresce la sua “presenza” nello spazio informativo su cui lavorano i modelli di AI generativa: ogni menzione alimenta la conoscenza che questi sistemi usano per aggiornarsi, contestualizzare, scegliere chi citare nelle risposte composte. Di fatto, aumenta la probabilità che il brand sia selezionato quando l’AI costruisce una risposta: la matematica non è mai neutra, e la ripetizione gioca a nostro favore.

Questo vale sia per i testi delle pagine web sia – ed è la novità più importante – per i video: grazie alle tecnologie di trascrizione automatica, le citazioni nei contenuti multimediali sono lette, indicizzate e associate al brand proprio come nei testi. L’unica condizione è che il video sia accessibile ai crawler, ma il risultato è lo stesso: ogni parola che cita il nostro nome aggiunge un tassello alla reputazione e alla riconoscibilità nel nuovo web.

Autenticità e coerenza: la reputazione si costruisce così

Questa evoluzione porta con sé una conseguenza strategica enorme: una menzione autentica e spontanea su un sito di nicchia, ma autorevole e letto dal nostro pubblico, ha un valore di gran lunga superiore a un link “acquistato” su una testata generalista e decontestualizzata o su un sito “contenitore”.

Perché? Perché la prima è un segnale di fiducia reale, umano, mentre il secondo è un segnale facilmente interpretabile come artificiale.

Come ripete spesso il nostro CEO, Ivano Di Biasi, “se nessuno parla di te sul web, quei link probabilmente sono falsi. E Google lo sa“.

Investire nella costruzione di relazioni autentiche che portano a menzioni spontanee non è solo una scelta etica, ma la strategia più efficace e sicura per ridurre il rischio di penalizzazioni e costruire un’autorevolezza che duri nel tempo. Al contrario, la costruzione di profili backlink manipolati o la presenza su siti che vendono link in massa è sempre più facile da individuare: oggi il valore reale passa attraverso relazioni genuine e visibilità ottenuta “sul campo”, non con scorciatoie tecniche.

Come si fa link building oggi: pratica, criteri e strumenti

Chiarite le questioni per così dire teoriche, cerchiamo di approfondire anche le questioni pratiche, perché la link building resta un’attività prettamente tecnica, che oggi supera i confini della SEO per diventare una disciplina articolata che tiene insieme reputazione, coerenza e valore editoriale.

L’esperienza degli ultimi anni ha dimostrato che ogni attività efficace parte dall’analisi del contesto: serve capire quali asset possono davvero meritare una citazione, quali partnership offrono opportunità reali, quali settori richiedono più presidio o attenzione ai rischi.

L’obiettivo è sempre costruire fiducia, presidiare topic e relazioni di valore, non solo ottenere backlink in modo meccanico – anche perché, ricordiamo, Google ha un occhi sempre vigile sulla costruzione di profili backlink poco naturali, quelli in cui si percepisce un intervento manipolativo e forzato, mirato esclusivamente al miglioramento del ranking.

Oggi ogni link è parte di una rete più ampia di segnali che Google e gli altri sistemi di ricerca, potenziati dall’intelligenza artificiale, valutano in relazione alla credibilità, all’utilità, al posizionamento organico e all’impatto sulle risposte AI Overview. Il nostro compito è impostare una strategia flessibile, misurabile, costantemente adattata in base alle metriche e all’evoluzione degli algoritmi.

Analisi e pianificazione strategica

Una gestione efficace di questa attività parte ancora da due assunti basilari:

  • La campagna di link building deve essere impostata con obiettivi a medio e lungo termine.
  • Piazzare un link è facile, meno facile è fare LB in modo strategico.

Abbiamo usato il termine piazzare in maniera volutamente squalificante, per evidenziare come non sia sufficiente il collegamento ricevuto per chi cerca di rafforzare il suo sito in modo duraturo e sa che i risultati dei suoi sforzi saranno ripagati nel tempo.

La link building non è infatti solo ricevere link acquistando spazi su siti, ma è appunto una strategia che deve partire da riflessioni e studi, e una campagna può essere efficace quando parte da una pianificazione accorta e mirata.

L’attività parte dall’analisi dello stato del sito: contenuti, profilo backlink, punti di forza rispetto ai competitor, aree tematiche da rafforzare. Ogni progetto richiede la definizione di obiettivi chiari (reputazione, menzioni, presidio di topic o keyword verticali) e un piano operativo a medio-lungo termine, con task, responsabilità e metriche di controllo. Gli strumenti di monitoraggio evoluti aiutano a tracciare progressi, emergere nuove opportunità e individuare rapidamente criticità o segnali di rischio.

Come valutare un backlink e quali sono i link di qualità

Il valore di un link oggi si misura soprattutto sulla base dell’autorevolezza e coerenza del sito che lo ospita.

Gli algoritmi di Google – dal PageRank evoluto ai sistemi di analisi semantica – considerano una serie di parametri: come per i fattori di ranking, è impossibile definirli pienamente tutti, perché il funzionamento preciso è ignoto al pubblico, ma comunque ci sono alcuni parametri e segnali che devono essere presi in considerazione.

La qualità di un link in ingresso viene parametri come popolaritàrilevanza e autorevolezza del sito (che ha un peso specifico molto deciso), pertinenza geografica e tematica dei contenuti (un sito in-topic e verticale con l’argomento da linkare offre un valore aggiunto per i motori di ricerca rispetto a un sito generalista o addirittura off-topic, il caso peggiore), trust del sito (quella che definivamo fedina penale: ottenere link da siti di alto trust rappresenta un volano per il miglioramento del posizionamento, perché questi sono ritenuti appunto più affidabili e sicuri), età dei link (la freschezza è un valore aggiunto) e reputazione nella community di riferimento.

Sintetizzando, questo è ciò che rende un link “di qualità” oggi:

  • Coerenza tematica: il sito che linka tratta argomenti vicini ai nostri, o almeno è rilevante nel settore.
  • Reputazione e fiducia: il dominio di partenza è riconosciuto nella sua community, pubblica contenuti originali, ha uno storico pulito senza penalizzazioni.
  • Salute e stabilità: il sito mostra una crescita organica costante, pubblica con regolarità, non presenta oscillazioni anomale o picchi sospetti di traffico.
  • Varietà e naturalezza: i link arrivano da fonti diverse (verticali, editoriali, social, video), non sono concentrati in periodi ristretti, non sono tutti con anchor manipolative o keyword esatte.
  • Contesto editoriale: il link è inserito in modo naturale, nel corpo di un contenuto informativo e utile, non su pagine riempitive o in liste di link.

Gli elementi importanti di un link

A questi di carattere ampio, poi, si aggiungono altri parametri più specifici legati al contenuto che viene linkato: molti esperti sono convinti che anche la posizione del link all’interno della pagina abbia una valenza specifica (per cui, un collegamento posto in alto e in rilievo darebbe maggiori benefici rispetto a un link al termine della pagina), ma il tema è molto dibattuto.

Più concordi le voci sull’anchor text, ovvero sul testo di ancoraggio, che è la porzione di una pagina linkata verso un’altra risorsa (quella classicamente evidenziata dalla sottolineatura o da un colore differente quando si visita una pagina): questo è ritenuto uno dei segnali più forti per il ranking, ma l’abuso fatto in passato ha portato a una penalizzazione (o a un alto rischio di penalizzazione) per le pagine che utilizzano link con anchor text con corrispondenza esatta alla keyword che si intende posizionare, soprattutto in settori delicati e attenzionati come quelli YMYL.

Cosa considerare: selezione dei partner, tipologie di link e monitoraggio

Una scelta corretta dei siti partner è fondamentale per la riuscita della strategia. È importante riuscire a valutare se nella sua storia il sito è stato punito da Google per link spam o altre attività non conformi alle linee guida del motore di ricerca, capire quali sono i suoi topic consueti, se si tratta cioè un sito “generalista” o “verticale“.

Nel primo caso rientrano tutti i siti che parlano un po’ di tutto: portali editoriali informativi, ma anche blog o altri progetti che non sono espressamente specializzati su un topic, ma pubblicano articoli in una moltitudine di categorie. Chi affronta solo un argomento si definisce sito “verticale”, perché si concentra su un solo tema e lo analizza in profondità.

Le altre questioni da controllare rispetto al sito ospitante riguardano, ad esempio, la territorialità (contiene solo notizie locali o si dedica anche a tematiche più ampie?) e la qualità degli articoli: se il sito ha una redazione interna “vera”, che produce notizie, godrà probabilmente di maggiore fiducia agli occhi di Google rispetto a siti creati solo per contenere link.

Naturalmente, per stimare la qualità di un sito che potrebbe ospitare un nostro link è necessario anche analizzare la costanza degli aggiornamenti (è un sito che pubblica con frequenza o è lasciato senza nuovi articoli recenti?), l’uso degli attributi follow e nofollow per i collegamenti esterni e soprattutto le sue metriche principali, come il volume di traffico organico, le eventuali oscillazioni nel posizionamento e così via. Parametri che, come sappiamo, sono sintetizzati nella Zoom Authority di SEOZoom, che non a caso si è imposta in Italia come il parametro più utilizzato per valutare un sito in ottica link building.

Insomma, la selezione deve integrare dati quantitativi (Zoom Authority, Topical Zoom Authority, andamento storico, reputazione editoriale) con valutazioni qualitative sul posizionamento, la salute del dominio e la costanza degli aggiornamenti. Anche le metriche tradizionali (traffico, trust, oscillazioni di ranking) restano utili, ma il monitoraggio si arricchisce delle nuove performance in AI Overview e delle menzioni cross-canale.

Le vecchie distinzioni in base all’attributo del link tra follow, nofollow, sponsored e UGC – che una volta erano usate per misurare la “forza” trasmessa al sito ricevente – oggi soprattutto strumenti di trasparenza. Google interpreta ogni collegamento come “hint” e ne pesa il valore in base al contesto, alla fonte, alla coerenza con il contenuto e alla varietà del profilo backlink, senza affidarsi in modo rigido a queste etichette e “rel”.

I link interni (tra pagine dello stesso sito) aiutano la distribuzione del valore e la navigazione, mentre i link esterni rafforzano la reputazione se provengono da fonti realmente rilevanti.

Il Disavow Tool di Google resta un’opzione residuale per i casi di link tossici o attacchi massivi, ma il suo impatto è molto più limitato rispetto al passato, perché l’algoritmo è in grado di ignorare autonomamente la maggior parte dei segnali artificiali.

Di fondo, poi, monitorare i risultati e aggiornare le strategie è indispensabile in un contesto in continuo cambiamento. Il successo si misura su traffico, visibilità, brand awareness e capacità di presidiare topic e fonti rilevanti, e l’uso di strumenti evoluti sono fondamentali per controllare ogni fase della strategia e reagire ai cambi di scenario.

I rischi della link building

I sistemi dei motori di ricerca provano a differenziare e scartare l’influenza dei link a pagamento nei risultati organici di ricerca per individuare eventuali manipolazioni di link al proprio sito o ai link in uscita dal proprio sito: un compito pressoché impossibile, a cui comunque dedicano molto tempo e risorse.

Quando riescono a scovare siti che comprano link o partecipano a “schemi di link” (il più banale è lo scambio bidirezionale senza valore aggiunto, come semplice accordo, chiamato “Link Neighborhood” e bollato spesso direttamente come spam), o a “campagne di marketing di articoli o di pubblicazione degli ospiti su larga scala con link di anchor text pieni di parole chiave” (secondo le indicazioni delle Norme sulla qualità di Google), possono partire sistemi sanzionatori come le azioni manuali, che fanno crollare il ranking di una pagina o, nei casi più gravi, dell’intero sito.

Per questo si dice che la link building è un’arte, una tra le sfide più complesse del lavoro SEO, perché bisogna creare una strategia che richiede “fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione” (come il genio per i protagonisti di Amici Miei), ma anche competenza e una buona dose di budget.
Per la link building serve genio

Il pericolo principale è rappresentato dai link tossici, collegamenti che possono danneggiare il profilo SEO del sito, che provengono spesso da domini penalizzati, siti spam, pagine senza contenuto reale o network costruiti solo per “vendere link”.

Anche se Google tendenzialmente oggi si limita a ignorare il “peso” di questi collegamenti e le penalizzazioni legate al profilo backlink sono meno frequenti rispetto al passato, può essere utile sapere quali sono alcuni fattori di rischio per chi adotta strategie manipolative o ignora la qualità dei siti partner: presenza in siti con tematiche fuori contesto, anchor innaturali o ripetitive, crescita improvvisa di backlink da fonti mai collegate prima, domini senza autorevolezza o con traffico vicino allo zero.

I segnali di allarme più comuni sono invece improvvisi cali di traffico organico, perdita di ranking su parole chiave strategiche e alert nella Google Search Console relativi a “link innaturali”.

La gestione di un’eventuale penalità prevede la rimozione dei link manipolativi, la revisione del profilo backlink e – solo nei casi gravi – l’utilizzo del Disavow Tool. La strategia migliore resta sempre la prevenzione: cura nella scelta dei partner, attenzione alla coerenza delle anchor, naturalezza e qualità dei contenuti.

Come usare SEOZoom per l’analisi dei link di qualità

Ogni campagna di link building inizia (e si aggiorna) con una vera analisi qualitativa, non solo quantitativa.

Da dove partire? SEOZoom ci mette davanti subito ai dati che contano: non si limita a “contare” i link, ma offre una radiografia completa con cui misurare, selezionare e perfezionare ogni aspetto del profilo di autorevolezza.

Nel pannello “Analisi backlink” vediamo in un attimo il quadro completo, con le fonti principali, la loro Zoom Authority e la distribuzione tra pagine interne, homepage, portali verticali o siti generalisti.

Ma non è solo questione di fonte. SEOZoom aiuta a vedere la salute complessiva dei partner: possiamo controllare la frequenza degli aggiornamenti, eventuali penalizzazioni storiche, oscillazioni di ranking e la Topical Zoom Authority per capire in quali nicchie un dominio è davvero riconosciuto. Così evitiamo i classici errori: link da siti “contenitore”, portali a rischio o domini già compromessi che rischiano di trascinarci giù.

E le anchor? Qui la piattaforma ti mostra subito se abbiamo un profilo naturale o stiamo rischiando la sovra-ottimizzazione: possiamo verificare la distribuzione di anchor text, individuare e correggere eventuali abusi di keyword esatte e rafforzare la varietà delle citazioni, puntando su branded e navigazionali.

SEOZoom segnala anche le anomalie: link da siti sospetti, pattern innaturali, backlink che appaiono tutti insieme da fonti discutibili. Se serve, possiamo intervenire subito, tenendo in ultima istanza l’ipotesi di ricorrere all’utilizzo del Disavow Tool solo nei casi di rischio reale e persistente.

Attenzione: il controllo non si fa una tantum e l’analisi della qualità dei link è continua: SEOZoom aggiorna il monitoraggio, segnala nuove menzioni, ci avvisa in tempo reale in caso di variazioni rilevanti. Solo così possiamo adattare la strategia al volo, senza farci trovare impreparati da update improvvisi o cambi di scenario.

Come e cosa linkare per la link building

Completata l’analisi su chi ha dato disponibilità a ospitare il nostro link, arriva il momento di controllare per bene il nostro sito e capire cosa e come linkare, sia in termini di URL che di anchor text da utilizzare, senza mai dimenticare di considerare il contesto in cui sarà inserito il link.

Si parte da una fase di pianificazione e studio del sito, basata su un’analisi onpage più specifica, orientata a comprendere su cosa bisogna lavorare nella strategia di link building, tenendo a mente altre due regole di base:

  • Non dobbiamo puntare a spingere una singola keyword, ma all’obiettivo alto e ambizioso di generare traffico e dare trust a tutto il sito

da cui consegue che

  • per fare traffico, non dobbiamo concentrarci solo su una pagina e una parola chiave, ma su tutto il pattern.

In termini concreti, tra gli aspetti da controllare ci sono lo stato di ottimizzazione della pagina che pensiamo di linkare (ad esempio, verificando la presenza nel contenuto delle keyword per cui si cerca il posizionamento o la qualità del testo), la salute generale del sito, la possibilità di utilizzare ancore manipolative, il nostro profilo backlink e, elemento da non trascurare, il settore in cui operiamo: ogni ambito è differente e necessita di tempi, costi e difficoltà completamente diversi.

I risultati non sono replicabili e per ogni sito servono strategie specifiche, con una preparazione più o meno impegnativa e più o meno link.

L’analisi della concorrenza per impostare la strategia

Un punto di partenza furbo può essere l’analisi delle strategie della concorrenza, che ci consente di avere qualche carta in più da giocare: innanzitutto, in questo modo scopriamo quali siti sono propensi ad accettare collaborazioni esterne, a ospitare guest post o a pubblicare articoli con link.

Da un punto di vista più strategico, se in SERP si posizionano competitor che fanno link building e utilizzano ancore manipolative significa che Google ritiene accettabile il comportamento, conforme a quello che gli utenti si aspettano, come confessava anche John Mueller qualche tempo fa, e con fattori positivi superiori ai negativi.

Ne consegue che ci sono meno rischi anche per la nostra campagna, che potrà quindi prevedere l’inserimento di link con anchor text più secche; al contrario, se il panorama degli avversari e la SERP mostra un quadro più pulito o quando i settori sono particolarmente sensibili allo spam, meglio tenere un profilo differente e lavorare su ancore diluite o, più semplicemente, linkare al brand.

Quando usare link branded e link alla pagina

Il link al brand è probabilmente quello che offre i rischi minori e che dà risultati efficaci per rafforzare l’intero progetto: in genere si abbina a un collegamento alla home page, così da innescare un processo di distribuzione di link juice alle pagine del sito, ed è anche quello che, con un po’ di esperienza e di abilità del copywriter permette di costruire articoli di link building più naturali e meno smaccatamente commerciali, utili anche a ripulire un profilo backlink costruito con strategie troppo aggressive in passato.

Inoltre, usando con criterio questa tattica renderemo importante il nostro marchio, faremo in modo che si parli di noi e non solo delle nostre keyword, ci renderemo riconoscibili su e per Google, realizzando di parallelo un’attività di brand awareness.

Se l’obiettivo è rafforzare il sito nella sua interezza (o appunto creare le basi per la costruzione di un profilo backlink naturale), il link alla home con ancora branded è dunque l’arma da utilizzare; se la strategia è differente (o per variare la distribuzione di link) è possibile andare più in profondità, puntando sulle pagine che possono offrire ritorni migliori e che sono già pronte alla “promozione”, già ottimizzate e vicine all’ingresso in SERP su Google con specifiche keyword. È ciò che si chiama deep linking, ovvero lo sviluppo di link diretti verso pagine interne del sito.

Un ulteriore spunto su cui riflettere è l’importanza delle categorie, più volte definite i pilastri intorno a cui si costruisce il nostro progetto: anche in termini di juice, linkare a una categoria può essere un’opzione da valutare per dare forza a tutte le pagine dell’insieme, che beneficeranno del valore del collegamento e potrebbero ricevere la spinta decisiva per superare quelle dei competitor.

Come scrivere un articolo di link building di qualità

Ma scendiamo ancora di più nei dettagli pratici dell’attività, concentrandoci ora sulle tematiche del SEO copywriting strategico applicato appunto a come scrivere un articolo di link building in grado di accompagnare ed esaltare la strategia di costruzione di una rete di backlink che puntano al nostro sito.

Ovvero, un testo che non sia una semplice pubblicità del sito linkato, non un comunicato stampa in cui si raccontano le attività e i servizi del sito, non (solo) un canale per inserire un link. Al contrario, un contenuto di link building è utile ed efficace se è un articolo vero, che rappresenti un valore aggiunto per il sito che lo ospita, che possa offrire informazioni al lettore, che deve essere incentivato anche a cliccare sul collegamento, ricordando che non scriviamo mai solo per Google e i suoi crawler, ma per le persone che leggono la risorsa.

La strategia migliore resta la link earning: ottenere citazioni e menzioni grazie alla qualità e all’utilità dei contenuti e delle relazioni. Outreach personalizzati, progetti editoriali in partnership, partecipazione attiva su community verticali e costruzione di rapporti di fiducia a lungo termine funzionano più delle tattiche di massa. Forum e commenti possono ancora essere utili, ma vanno usati solo con moderazione e in contesti realmente pertinenti.

Link building e link earning si differenziano per il modo in cui si conquistano i backlink: con la seconda, i collegamenti e le menzioni arrivano in modo naturale, grazie alla qualità e all’utilità dei contenuti pubblicati, senza intervento diretto sul sito ospitante. La link building, invece, presuppone uno sforzo per convincere il sito a pubblicare il link, solitamente presente all’interno di un articolo appositamente strutturato (che si chiama guest post, per rimarcare appunto la caratteristica di essere ospitato su un sito differente).

Copywriting per la link building

Il copywriter di link building deve riuscire a realizzate un contenuto interessante, originale e utile da sottoporre ai siti, e l’articolo deve essere ben contestualizzato, tematico e in topic con il link che vogliamo inserire. Allo stesso modo, la pagina linkata deve essere coerente con il collegamento per non ingannare il lettore e portarlo su risorse differenti da quelle anticipate nell’articolo.

Un contenuto in grado di ottenere link oggi è sempre progettato per rispondere a una domanda, offrire un valore reale o colmare una lacuna informativa. Deve offrire dati, insight, fonti originali e valore informativo reale, evitando stili promozionali o contenuti riempitivi. La capacità di adattare tono, stile e profondità del testo alle esigenze del target è oggi un elemento decisivo per meritare la citazione.

La capacità del copy sta nel riuscire a trovare il modo per mettere insieme le esigenze promozionali del sito da linkare con quelle editoriali del sito che ospiterà il contributo; per questo, è importante analizzare la linea editoriale del portale, studiare il tono generale degli articoli, l’eventuale localizzazione geografica o tematica dei pezzi, il target generale di riferimento, e adattare di conseguenza il proprio lavoro per assecondare queste esigenze e creare un articolo di link building integrato e calzante, trovando anche risorse utili a cui puntare con link interni di approfondimento.

Ma dobbiamo ampliare l’analisi anche in ottica content everywhere e multicanalità: asset linkabili come guide, studi, infografiche, video su YouTube e risorse multicanale sono le soluzioni più efficaci per attirare menzioni spontanee e backlink naturali. L’integrazione di strategie social, newsletter, podcast e collaborazioni editoriali amplia il potenziale di reach e reputazione.

Gli aspetti pratici: anchor text, posizionamento e citazione del brand

Il backlink non deve essere l’unico obiettivo dell’articolo, inserito a forza o in maniera innaturale e solo affinché il sito citato possa ricevere trust, ma deve essere pensato per offrire un servizio o un approfondimento utile per il lettore. Si dovrebbe dunque cercare sempre di dare all’utente un’informazione aggiuntiva, chiedendoci se, nei panni del lettore, cliccheremmo mai su quel link.

La gestione delle anchor text richiede oggi varietà e naturalezza: variare branded, topic, descrittive e navigazionali minimizza i rischi e aumenta la credibilità del profilo link. Il collegamento deve essere inserito dove il contesto editoriale lo richiede, mai in modo forzato o ripetitivo. Alternare la forma della citazione (nome brand, URL, menzione generica) aiuta a costruire un profilo credibile e vario.

Anche il tono di voce del pezzo è decisivo per raggiungere l’obiettivo: lo stile deve essere adeguato al sito, alla sua linea editoriale e al contesto per cui è destinato. Pertanto, è bene sapere se l’articolo di link building sarà pubblicato su un blog, un quotidiano online, un sito specializzato o un’altra tipologia particolare, perché ogni canale ha le sue forme di espressione che devono essere rispettate per arrivare al suo lettore medio. Inoltre, bisognerebbe sempre cercare di usare un tono professionale, possibilmente oggettivo e distaccato, che non sia troppo smaccatamente favorevole verso il sito del cliente da linkare.

Questo significa anche che bisogna curare la lingua dell’articolo, che non dovrebbe avere un tono troppo cattedratico, difficile e tecnico, ma non può neppure essere troppo banale e comune: ad esempio, il tu negli articoli è da limitare solo ai blog che usano la seconda persona per rivolgersi direttamente al lettore, mentre se si pubblica su un sito di notizie bisogna scrivere un articolo con una news, o ancora su un sito specializzato in guide bisogna scrivere un contenuto di questo tipo, e via così.

Un segno di autorevolezza e utilità può arrivare anche dall’impiego di sinonimi, variazioni linguistiche, plurali e parole che appartengono allo stesso campo semantico della keyword del link o comunque delle parole chiave dell’articolo, per offrire al lettore un testo più complesso e dimostrare di possedere un vocabolario ampio e pertinente al tema.

I consigli per scrivere articoli di link building

La discriminante nel lavoro del copy di link building è la capacità di trovare il giusto taglio da dare all’articolo e l’argomento migliore per catturare l’attenzione del lettore.

Un consiglio in tal senso è utilizzare dati, statistiche, citazioni vere e riscontrabili, studiando i temi caldi del momento, gli eventi, i trend, studi o ricerche che abbiano attinenza con il link da inserire, i servizi proposti dal sito del cliente e gli argomenti del sito che ospita il contributo, approfondendo poi il discorso inserendo il collegamento in maniera naturale.

Quando si usano spunti di questo tipo, poi, è bene provvedere sempre alla citazione con link: non bisogna avere paura di linkare, sia verso altri riferimenti esterni come le fonti autorevoli, sia verso risorse interne al sito che ospita l’articolo. Inoltre, in alcuni casi può essere proprio il sito del cliente a diventare fonte di un articolo di approfondimento, quando ad esempio offre un contenuto specializzato su un tema, uno studio o comunque un riferimento utile e originale.

A proposito di originalità, un cardine di ogni tipo di produzione di testi, anche gli articoli di link building devono ovviamente rispettare le norme di buon senso relative al “copia e incolla” da altre risorse: l’abilità del copy (un’altra!) sta nel prendere ispirazione e spunto da altri articoli e siti competitor per rielaborare i concetti e renderli nuovi con criterio.

Articoli di link building e SEO

Se queste rappresentano le linee guida generali per scrivere un articolo di link building, ora ci concentriamo sugli aspetti più strettamente legati all’attività SEO che è legata a questa tattica, e dunque alla gestione del link e alla menzione del sito del cliente.

La prima preoccupazione è ovviamente quella della scelta dell’anchor text da utilizzare per il link, che abbiamo già detto essere un’operazione da eseguire secondo una precisa strategia. Sappiamo ad esempio che Google guarda con sospetto alla sovraottimizzazione delle ancore, soprattutto se hanno corrispondenza esatta con la keyword per cui si compete e che si cerca di posizionare. Pertanto, è consigliabile evitare le keyword manipolative e forzate, usate magari senza preposizioni, sgrammaticate e palesemente mirate a calcare la mano sul trust per migliorare il ranking, e scegliere piuttosto testi di ancoraggio più soft ma più chiari, anche per il lettore.

La domanda da un milione di dollari è “dove va messo il link”, e dunque qual è la posizione giusta in cui inserire il collegamento? La risposta in realtà è inevitabilmente vaga: non c’è una regola assoluta per posizionare un link, ma bisogna cercare di trovare il posto giusto al momento giusto. Teoricamente, un link in una zona alta del contenuto e in posizione preminente potrebbe rappresentare un segnale più forte per Google, ma in una strategia più complessa sarebbe comunque preferibile variare il posizionamento, rispettando sempre un criterio di naturalezza.

Stesso principio deve guidare la scelta nella citazione del sito, che secondo noi andrebbe sempre esplicitata per far capire all’utente che il link che vede in prossimità è indirizzato su un sito specifico, su cui troverà risorse utili. Un suggerimento pratico è di evitare di citare sempre il nome del sito cliente con la stessa formula, e quindi alternare le menzioni con nome brand, sito con www. eccetera, e di comprendere se sia preferibile inserirlo nel testo prima o dopo il link.

Le regole base per gli articoli di link building

Quindi, ricapitolando, in linea generale gli articoli di link building efficaci devono essere di buona qualità, scritti in italiano corretto grammaticalmente e sintatticamente, con un testo ben formattato e di dimensioni accettabili (mai sotto le 300/400 parole, ma anche gli eccessi in lunghezza andrebbero evitati, laddove non espressamente richiesti), con contenuti interessanti e leggibili e non troppo marchettari (ci si perdoni il termine).

Insomma, devono essere articoli veri, come dicevamo prima, scritti anche con una propensione giornalistica e non solo con l’obiettivo di inserire un link ed eventualmente altre parole chiave correlate. Inoltre, se eseguiamo una keyword research efficace potremmo raggiungere un obiettivo duplice, ovvero scrivere un articolo di qualità con link che riesce a posizionarsi, offrendo un trust maggiore al nostro sito.

Un’attività così strutturata assume forma naturale, cerca di interessare davvero i lettori e può servire anche a intercettare nuovi link spontanei attraverso la condivisione degli utenti, che trovano i contenuti proposti utili e rispondenti alle proprie esigenze.

I consigli pratici per il copywriter

Scrivere per la link building e la Digital PR oggi significa adattarsi a contesti, stili e pubblici diversi, abbandonando la vecchia logica del “testo riempitivo” a favore di un approccio editoriale.

Partiamo sempre da una domanda: cosa può interessare davvero ai lettori di quel sito o a quella community? Analizziamo il tone of voice, il formato più adatto, la profondità degli argomenti.

La scelta dell’anchor text è cruciale: evitiamo forzature, alternando branded, anchor descrittive e ancore contestuali. L’obiettivo è la naturalezza: l’anchor deve essere parte di un discorso, mai un corpo estraneo.

Un articolo di link building “vecchio stile” puntava a parlare solo del sito cliente, spesso con toni autoreferenziali o promozionali. Oggi il valore sta nella credibilità: scriviamo testi che offrono soluzioni, dati utili, esempi pratici, opinioni di esperti. Inseriamo il link solo dove ha davvero senso, senza rendere il contenuto “marchettaro”.

Strategie operative aggiornate: dalla link building alle Digital PR d’ecosistema

Ma torniamo ad ampliare il campo e a capire come fare link building oggi, nel nuovo panorama della SEO, dove l’efficacia si basa ancora di più sull’integrazione di diversi livelli di azione: selezione dei partner, creazione di asset autorevoli, cura delle relazioni editoriali, presidio dei canali social e capacità di misurare l’impatto reale delle attività.

Ogni scelta richiede competenze specifiche: saper valutare la salute di un sito, riconoscere le fonti realmente influenti, gestire la distribuzione dei contenuti e monitorare costantemente la coerenza del messaggio.

È per questo che ora si preferisce la nomenclatura Digital PR, che indica un processo continuo, fatto di pianificazione, verifica e adattamento, dove l’obiettivo non è la crescita dei numeri o dei meri link, ma la costruzione di una presenza che porti risultati reali: visibilità nei canali che contano, menzioni credibili, rapporti duraturi e una reputazione che resiste ai cambi di scenario.

Ogni fase richiede strumenti affidabili per l’analisi e il controllo dei risultati: metriche di performance, insight sulle menzioni, verifica delle fonti e valutazione puntuale dei ritorni.

Solo la regia di questi elementi – dalla scelta del sito partner all’ottimizzazione dei contenuti, dal coinvolgimento della community alla gestione delle relazioni – permette di trasformare la link building in una leva strategica per la crescita del brand e per la comunicazione multicanale.

Come impostare una campagna efficace

Per impostare una strategia di autorevolezza servono metodo, dati, controllo e una regia chiara che tiene insieme tutte le componenti della presenza digitale.

Si parte dall’analisi del posizionamento attuale: chi parla già di noi, su quali canali siamo realmente visibili, come siamo percepiti rispetto ai competitor. Su questa base si costruisce una mappa delle opportunità: quali sono le community di settore più attive, quali le fonti editoriali autorevoli, quali i temi su cui è importante essere riconosciuti

Gli obiettivi devono essere misurabili e raggiungibili: non puntare alla “massima visibilità”, ma alla crescita della reputazione in nicchie strategiche, alla qualità delle menzioni e alla coerenza con il messaggio del brand.

La pianificazione a medio-lungo termine prevede campagne distribuite nel tempo, momenti di verifica dei risultati e la capacità di adattare la strategia ai cambiamenti di scenario. Un calendario operativo preciso, che integra attività di Digital PR, produzione di contenuti, outreach, coinvolgimento social e monitoraggio delle fonti, permette di governare il processo e valutare il ritorno degli investimenti.

Valutare i partner e i siti: criteri che contano davvero

Anche qui (a maggior ragione qui) la scelta del partner editoriale o del sito su cui puntare non può essere casuale. La differenza tra un dominio verticale (specializzato, aggiornato, riconosciuto da chi conta davvero nel settore) e un sito generalista è sostanziale: solo il primo porta valore reale, sia come reputazione sia come ritorno in termini di menzioni, traffico e autorevolezza.

Analizziamo la storia e la salute del sito: valutiamo la frequenza degli aggiornamenti, la qualità degli articoli, la presenza di una vera redazione, la costanza di traffico e la distribuzione delle keyword posizionate. Controlliamo eventuali segnali di penalizzazione, oscillazioni sospette, comportamenti manipolativi o una crescita di link innaturale.

Meglio evitare i siti creati solo per ospitare link o guest post: sono facili da individuare (e da svalutare per Google). Prediligiamo chi lavora sul proprio brand editoriale, chi ha relazioni forti nel settore e chi viene menzionato a sua volta da altre fonti autorevoli.

Le metriche per misurare autorevolezza e scegliere i partner

Nasce un altro problema, ovvero capire davvero quanto il collegamento ottenuto abbia valore per il brand e quanto sia affidabile il sito che lo concede. Le metriche “storiche” come DA (Domain Authority) e DR (Domain Rating) hanno abituato il mercato a ragionare per numeri semplici, spesso usati in modo superficiale o decontestualizzato. Il panorama attuale, invece, richiede strumenti che leggano la realtà dei risultati e della reputazione, non solo la quantità dei link.

Le metriche storiche di terze parti – come appunto DA, DR, Trust Flow, Citation Flow e simili – hanno rappresentato per anni la “bussola” di chi si occupa di link building e valutazione dei siti. Il loro principale limite è quello di essere calcoli proprietari che si basano soprattutto sulla quantità, struttura e qualità apparente dei backlink rilevati da ciascun tool, senza collegamento diretto con le performance reali in SERP. In molti casi, DA e DR possono essere manipolati attraverso network artificiali, link da siti “spazzatura” o altre tecniche ormai note e facilmente replicabili. Inoltre, queste metriche non considerano la coerenza tematica del sito rispetto al settore, la sua capacità di mantenere le posizioni nel tempo, la sua reputazione agli occhi di Google o la presenza tra le fonti considerate da AI Overview.

Affidarsi solo a questi valori porta a scelte superficiali e rischia di far investire risorse in domini che non hanno reale impatto sulla visibilità o sulla crescita del brand.

È qui che entra in gioco la nuova generazione di metriche proprietarie come Zoom Authority, Topical Zoom Authority e AI Rank di SEOZoom: parametri nati per rispondere alle esigenze di chi lavora su branding, Digital PR e link building strategica, capaci di offrire un quadro molto più realistico delle performance e del potenziale di crescita di un dominio.

La Zoom Authority rappresenta un cambio di paradigma: è la nostra metrica proprietaria che misura la performance reale di un sito sulla base del suo rendimento in Google, della qualità e quantità delle keyword posizionate, della stabilità dei ranking e del potenziale di crescita. A differenza delle metriche tradizionali, Zoom Authority non si limita a contare i link ma valuta come il dominio si comporta nelle SERP rispetto ai competitor, quanto traffico organico genera e quanto il brand è realmente presente nelle ricerche degli utenti.

Topical Zoom Authority va ancora più a fondo, analizzando la forza e la rilevanza del dominio all’interno di uno specifico settore o argomento: consente di capire se un sito è davvero “autorevole” su uno specifico topic o se il suo valore è solo generico.

AI Rank è il valore più recente: una metrica predittiva pensata per il nuovo scenario dell’AI Overview, capace di stimare la probabilità che un dominio venga selezionato da Google tra le fonti principali per le risposte AI, tenendo conto di coerenza, visibilità e credibilità percepita dalla tecnologia di Mountain View.

Queste metriche permettono di valutare i partner con precisione chirurgica: non si tratta più di trovare semplicemente “siti forti”, ma siti con performance concrete, coerenza tematica, affidabilità nelle SERP e potenziale di essere riconosciuti anche dall’intelligenza artificiale di Google. 

Costi e budget di una campagna di link building

Il costo di una campagna di link building così impostata può variare moltissimo a seconda degli obiettivi, del settore, della tipologia di partner e della qualità dei contenuti da produrre. Non esiste una “tariffa standard”: trasparenza, pianificazione e verifica costante sono la vera assicurazione sul budget investito.

Acquistare link su siti generalisti o network poco affidabili può sembrare economico, ma espone a rischi e penalizzazioni senza offrire vero valore. Investire su collaborazioni editoriali, contenuti originali, asset di valore e partnership di lungo periodo richiede budget più strutturati, ma porta risultati reali e sostenibili.

In Italia, una campagna “entry level” può partire da poche centinaia di euro per singole azioni, mentre un progetto strutturato e multicanale può richiedere diverse migliaia di euro al mese, specie nei settori più competitivi. La scelta va sempre calibrata sul ritorno atteso e sulle risorse disponibili.

Tempi per vedere risultati dalla link building

La stessa impossibilità di fare previsioni certe riguarda anche i risultati di una strategia di link building: l’unica certezza è che non sono mai immediati. Servono settimane, spesso mesi, prima che Google riconosca la crescita di autorevolezza e aggiorni i ranking di conseguenza, seguendo i tempi della SEO.

In linea di massima, i primi segnali possono arrivare dopo 30-60 giorni, ma la piena maturazione degli effetti – specie in settori competitivi – richiede azioni continuative e un monitoraggio costante per 3-6 mesi o più.

La variabilità dipende dal punto di partenza del sito, dalla frequenza e dalla qualità dei link/menzioni, dalla concorrenza e dagli aggiornamenti algoritmici. L’importante è evitare campagne “spot” e investire in una presenza diffusa, coerente e duratura.

Quello che stiamo cercando di dire è che è fondamentale un approccio precedente al “piazzamento del link”, un’analisi che sia propedeutica a incrementare le probabilità che le successive attività di link building possano funzionare e portare risultati. Gli interventi si concentrano sui contenuti e sulle ottimizzazioni onpage di base, che possono già portare un miglioramento al ranking del sito, che però potrebbe continuare a infrangersi alle soglie delle SERP: spesso, quando non arrivano risultati migliori anche dopo queste ottimizzazioni si scopre che i nostri competitor hanno qualche asso nella manica, in genere proprio le campagne di acquisizione di collegamenti.

E quindi, fare link building serve per superare quel limite, per spingere ancora un po’ più su le pagine e competere in modo più efficiente con gli avversari. E farla con le modalità che abbiamo provato a descrivere significa attuare tecniche di acquisizione link che puntano a incrementare traffico organico in piena sicurezza, per resistere ai vari update di Google e restare in alto in modo costante nel tempo.

Questa strategia di link building naturale e strategica si declina dunque in varie fasi, tra quelle preparatorie, con ottimizzazioni onsite e ricerca dei possibili siti ospitanti, e quelle più attive, in cui si iniziano a far uscire i collegamenti. È importante che la rincorsa alla SERP avvenga in maniera cauta e costante, senza rischiare di cadere per la troppa fretta, e che si possa dare tempo a Google di conoscere, valutare e (si spera) apprezzare il nostro sito. Quando talloneremo da vicino il competitor in SERP, poi, si potrà puntare a link più seri e pesanti, da siti più autorevoli, che possono dare la forza per lo scatto finale, senza mai dimenticare di rafforzare anche il brand e non solo le nostre parole chiave.

Content, social, collaborazioni: la strategia integrata

Una presenza digitale solida si costruisce quando contenuti, attività social e collaborazioni editoriali lavorano insieme, e l’outreach efficace si basa su personalizzazione, ascolto e relazione.

I contenuti pillar – guide approfondite, analisi di settore, studi originali, risorse evergreen – sono la base che attira link naturali, favorisce la condivisione e stimola la discussione. Asset come infografiche, white paper, video case study e tool interattivi generano “linkability” spontanea.

YouTube oggi non è solo una piattaforma di intrattenimento, ma una fonte primaria che Google utilizza anche per AI Overview: produrre video di qualità e integrarli nei propri asset digitali aumenta autorevolezza e visibilità.

Il coinvolgimento della community passa dai social network, dai gruppi verticali, dai forum di settore: partecipa alle discussioni, ascolta cosa cercano e commentano le persone, porta valore anche fuori dai propri canali.

Le collaborazioni editoriali sono oggi relazioni di lungo periodo: non si chiedono semplici link, ma si costruisce insieme valore. Proporsi con dati inediti, ricerche esclusive, storie vere e insight di mercato trasforma il brand in una fonte autorevole, e favorisce menzioni e partnership durature.

Sinergie tra link building e altre strategie digitali

C’è un altro elemento da considerare: i migliori risultati arrivano quando la campagna si integra con altre leve di marketing digitale. SEO e content marketing sono il cuore: contenuti di qualità attraggono link naturali e facilitano le partnership editoriali.

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Reputazione, dati e risultati: è il momento di gestire la link building con SEOZoom

L’attività social amplifica la diffusione dei contenuti, favorisce le menzioni spontanee e aiuta a intercettare nuovi prospect per collaborazioni.

Le Digital PR consolidano relazioni, fanno crescere la reputazione e aprono le porte a menzioni da fonti verticali.

Anche campagne di influencer marketing, email outreach e progetti cross-channel (podcast, video, eventi online) possono rafforzare l’efficacia della link building, generando buzz e riconoscibilità trasversale.

Il nuovo framework operativo

Ricapitolando, oggi l’obiettivo della link building non è più “ottenere 10 link al mese”, ma “diventare la fonte più citata nel nostro settore per l’argomento X” o “aumentare le menzioni positive del nostro brand del 20% in un anno”.

La pianificazione deve essere integrata e prevedere un mix di attività che lavorino in sinergia per costruire la reputazione del brand su più fronti.

  1. Valutare i partner e i siti: i criteri che contano davvero

La scelta dei siti con cui collaborare è un momento cruciale. I vecchi criteri non bastano più. Ecco cosa analizziamo noi oggi:

  • Salute e pertinenza del sito: è un sito verticale sul nostro settore o un contenitore generalista? È aggiornato di frequente? Ha una linea editoriale chiara e autorevole?
  • Trust e segnali di fiducia: il sito ha un traffico reale e stabile? Mostra oscillazioni sospette che potrebbero indicare penalizzazioni passate? Gli utenti interagiscono con i contenuti?
  • Metriche affidabili: utilizzare metriche che riflettano la performance reale in SERP, non solo la matematica dei link.

 

  1. Content, social, collaborazioni: la strategia integrata

La strategia operativa si basa su tre pilastri che si alimentano a vicenda:

  • Contenuti: creare contenuti pilastro sul proprio sito e “linkable asset” (o meglio, “mentionable asset”) come ricerche originali, dati e studi che posizionino il brand come una fonte primaria di informazione. In questo, i video su YouTube sono un asset potentissimo, poiché Google li analizza, li trascrive e li usa come fonti per la SERP e per AI Overview.
  • Social: usare i canali social non solo per distribuire, ma per creare conversazione, ascoltare la community e costruire relazioni dirette con esperti e influencer del settore.
  • Collaborazioni: attivare un processo di outreach evoluto, basato sulla costruzione di relazioni autentiche con giornalisti, blogger e creator, offrendo loro valore prima ancora di chiedere qualcosa in cambio.

 

  1. I consigli pratici per il copywriter

Chi scrive i contenuti per queste attività deve cambiare mentalità. Non si tratta più di scrivere un articolo “per ottenere un link”.

  • Valore prima di tutto: il contenuto deve essere di altissimo valore per il pubblico del sito ospitante.
  • Anchor text naturale: l’ossessione per l’anchor text ottimizzato è un retaggio del passato. Oggi, un link su una menzione del brand o su una frase naturale è spesso più efficace e sempre più sicuro.
  • Adattamento: il tono di voce, lo stile e il formato devono adattarsi perfettamente al contesto del sito che ci ospita, non il contrario.

Gli errori da evitare

Nonostante le migliori premesse, può capitare di incappare in passi falsi che possono compromettere la riuscita della campagna o che, nei casi peggiori, possono addirittura provocare una penalizzazione a livello di pagina o di sito.

Restano sempre attuali anche alcuni errori storici: improvvisare campagne senza strategia, ignorare la qualità dei siti partner, affidarsi a network manipolativi, trascurare l’analisi dei profili backlink, abusare delle stesse anchor text, proporre articoli di bassa qualità o fuori tema, scegliere pagine da linkare non ottimizzate, puntare solo su quantità e non su contesto.

Nel nuovo scenario, si aggiungono rischi come la sovraottimizzazione delle menzioni, il ricorso a metriche obsolete senza guardare alle performance reali in SERP e AI Overview, la creazione di profili di menzioni artificiali o non coerenti, l’assenza di monitoraggio costante dei risultati.

Ricapitolando un po’ anche le informazioni che abbiamo fornito prima, abbiamo quindi individuato 10 errori frequenti con la link building da cui tenerci alla larga per evitare di investire soldi e tempo in un’attività che potrebbe non solo non dare risultati, ma al contrario generare danni al sito.

  1. Focalizzarsi solo sui link “do-follow”, ignorando il valore delle menzioni. Invece di rifiutare un’opportunità su una testata prestigiosa solo perché offre un link “nofollow”, noi la cogliamo al volo: il valore di brand association che ne deriva e il potenziale traffico referral qualificato superano di gran lunga il “mancato” passaggio di link juice.
  2. Scegliere i siti partner basandosi solo su metriche obsolete come la DA. Prima di stringere una partnership, noi incrociamo sempre i dati: analizziamo il traffico organico stimato del sito e le sue keyword principali con una metrica basata sulla performance reale come la Zoom Authority, e verifichiamo l’engagement effettivo della sua community sui canali social.
  3. Scrivere guest post di bassa qualità solo per il backlink. Il nostro approccio è trattare ogni guest post come se fosse un contenuto “pilastro” per il nostro stesso blog, investendo il tempo necessario nella ricerca e nella scrittura per offrire un valore tangibile al pubblico del sito ospitante, non solo per “strappare” un link.
  4. Usare sempre e solo anchor text ottimizzate. Per ogni 10 opportunità di link o menzione che otteniamo, noi ci assicuriamo di avere un profilo di ancore il più diversificato possibile: alcune sono keyword secche, ma molte di più utilizzano il nome del brand, l’URL del sito o frasi generiche come “scopri di più” o “leggi la guida”, per un risultato che appaia organico e non manipolatorio.
  5. Ignorare la pertinenza tematica del sito ospitante. Un link da un sito di ricette a uno di finanza è un segnale debole e confuso per Google; per questo, noi usiamo strumenti come la Topical Zoom Authority per verificare che un potenziale sito partner sia non solo autorevole in generale, ma un’autorità riconosciuta proprio nel nostro specifico settore verticale.
  6. Fare campagne “mordi e fuggi” invece di costruire relazioni durature. Noi teniamo un CRM (Customer Relationship Management) delle nostre relazioni editoriali, interagendo con i giornalisti e i blogger chiave del nostro settore con regolarità, condividendo i loro contenuti e offrendo spunti, anche quando non abbiamo un articolo da proporre, per trasformare un semplice contatto in una vera e propria partnership strategica.
  7. Trascurare YouTube i contenuti video e i social. Nel nostro piano editoriale, per ogni “contenuto pilastro” testuale valutiamo sempre la creazione di un contenuto social complementare su YouTube e altre piattaforme, ottimizzandone titolo, descrizione e tag per intercettare anche l’enorme bacino di utenza del secondo motore di ricerca al mondo e per diventare una potenziale fonte per le AI Overview. E non trascuriamo neppure canali più innovativi – ad esempio, proviamo anche a fare SEO per TikTok.
  8. Pensare che la link building sia un’attività separata dal resto del marketing. Nei nostri kickoff meeting per un nuovo progetto o per il lancio di un prodotto, il responsabile delle attività di Digital PR siede allo stesso tavolo del social media manager e del product manager. Questo serve a garantire che ogni iniziativa di marketing sia concepita fin dall’inizio anche come un’opportunità per generare buzz, copertura mediatica e menzioni di valore.
  9. Creare contenuti “per l’AI” che suonano finti e non autentici. La nostra regola interna è che nessun testo generato da un’intelligenza artificiale può essere pubblicato senza un profondo processo di “umanizzazione”. Un nostro copywriter esperto deve sempre revisionarlo per aggiungere esperienze reali, aneddoti, dati originali e, soprattutto, il nostro inconfondibile e autentico tono di voce.
  10. Non monitorare la reputazione e il sentiment attorno al proprio brand. Noi abbiamo impostato degli alert costanti per il nostro brand, per i nostri prodotti e per le figure chiave dell’azienda. Utilizziamo tool di brand monitoring che ci notificano in tempo reale ogni nuova menzione pubblica, permettendoci di intervenire rapidamente per ringraziare di un feedback positivo o per gestire eventuali criticità prima che si ingigantiscano.

FAQ sulla link building, le menzioni e la reputazione

Negli ultimi anni, la link building ha vissuto una trasformazione radicale: da semplice caccia al backlink si è evoluta in una strategia di brand ecosystem, dove conta la capacità di generare fiducia, costruire relazioni e ottenere visibilità nei contesti che davvero contano per il proprio pubblico. Oggi, le menzioni spontanee, la qualità delle citazioni, la coerenza del messaggio su più canali e la presenza continua sono diventati fattori cruciali, spesso più rilevanti del numero stesso di link acquisiti.

Il messaggio chiave è chiaro: non basta essere presenti, bisogna diventare riconoscibili, affidabili e utili agli occhi di utenti, motori di ricerca e sistemi di intelligenza artificiale. Solo una strategia integrata e orientata al valore reale porta risultati solidi e duraturi.

Abbiamo raccolto alcune delle domande più comuni che emergono quando si discute di questo nuovo approccio, fornendo risposte sintetiche e dirette.

  1. Che cos’è la link building?

È l’insieme delle attività che mirano a ottenere link e menzioni da altri siti e fonti digitali verso il proprio progetto, con l’obiettivo di rafforzare autorevolezza, visibilità e reputazione online.

  1. A cosa serve la link building oggi?

Serve a far crescere il valore percepito del brand agli occhi di persone, motori di ricerca e AI, rafforzando la presenza nei canali che contano davvero per il proprio pubblico. Per questo ci piace parlare di “costruzione di autorevolezza”: il suo scopo non è più solo accumulare link per manipolare il ranking, ma costruire la reputazione e la fiducia attorno a un brand attraverso una strategia integrata di contenuti, menzioni e relazioni, di cui i link di qualità sono una naturale conseguenza.

  1. Qual è la differenza tra link building e Digital PR?

La link building tradizionale si concentra sull’acquisizione di backlink; la Digital PR punta a costruire relazioni, generare menzioni, stimolare conversazioni e ottenere visibilità organica attraverso una regia multicanale.

  1. Come si fa link building nel 2025?

La strategia parte dall’analisi del brand, della concorrenza e delle community di riferimento. Si selezionano partner e siti autorevoli, si creano asset di valore (contenuti pilastro, video, ricerche, case study), si curano relazioni e si monitora costantemente il ritorno in termini di reputazione e presenza, usando metriche evolute come Zoom Authority e AI Rank.

  1. I link sono ancora importanti per la SEO?

Sì, i link di qualità da siti autorevoli e pertinenti sono ancora un segnale di ranking importante. Tuttavia, il loro peso è stato ricalibrato e viene sempre valutato da Google all’interno di un contesto più ampio che include menzioni, segnali sociali e autorevolezza generale del brand. Un link da solo non fa più la differenza se non è supportato da una solida reputazione.

  1. Che differenza c’è tra un link e una menzione?

Un backlink è un collegamento ipertestuale cliccabile da una pagina A a una pagina B. Una menzione è una qualsiasi citazione testuale di un brand, prodotto o persona su una pagina web, anche senza un link cliccabile. Oggi Google è in grado di riconoscere entrambe e di utilizzarle per valutare l’autorevolezza di un’entità.

  1. Perché le menzioni sono più importanti dei link?

Le menzioni autentiche – anche senza collegamento ipertestuale – sono segnali riconosciuti da Google e AI Overview: dimostrano che il brand è parte di conversazioni reali, con un impatto spesso superiore a quello dei link formali, soprattutto se inserite in contesti verticali o di settore.

  1. Come si fa a ottenere menzioni?

Non si “ottengono” come si faceva con i link. Si “guadagnano”. Si guadagnano producendo contenuti eccezionali, offrendo dati e ricerche originali, costruendo relazioni autentiche con i media e gli esperti del settore, e diventando una voce così interessante e autorevole che gli altri sentano il bisogno di citarti spontaneamente.

  1. Come posso tracciare le menzioni senza link?

Esistono strumenti di “brand monitoring” e “social listening” (come Google Alerts per un monitoraggio base, o piattaforme più avanzate) che notificano ogni volta che il nome del tuo brand viene menzionato online, su siti di news, blog o social media. Questo permette di avere il polso della situazione e, eventualmente, di intervenire nella conversazione.

  1. Quindi i link non servono più a niente?

Assolutamente no. I link di qualità, pertinenti e ottenuti in modo naturale rimangono un segnale di ranking importante. Ciò che è cambiato è il loro ruolo: non sono più l’unica cosa che conta. Oggi vanno considerati come una parte di un quadro più ampio, quello della reputazione complessiva del brand, in cui anche le menzioni senza link giocano un ruolo cruciale.

  1. Come posso selezionare siti e partner davvero affidabili?

Valuta la verticalità, la qualità e l’aggiornamento dei contenuti, la reputazione editoriale, la presenza nei risultati Google, e le metriche di performance reale come Zoom Authority e Topical Zoom Authority. Evita siti generalisti, privi di identità o costruiti solo per ospitare guest post.

  1. Le metriche storiche come DA o DR hanno ancora senso?

Sono ancora usate come riferimento rapido, ma non bastano più per misurare il valore reale di un sito: oggi serve integrare l’analisi con parametri che valutano le performance effettive, la coerenza tematica e la presenza in AI Overview.

  1. Cosa non va fatto in una campagna di link building?

Evita schemi di link, scambi forzati, pubblicazione su network manipolativi (PBN), anchor text forzate o ripetitive, contenuti di bassa qualità e attività “spot” senza strategia. Sii sempre coerente, naturale e focalizzato sul valore reale delle relazioni.

  1. Come si misura la reputazione digitale oggi?

Oltre ai backlink, conta il buzz organico, il numero e la qualità delle menzioni, la presenza tra le fonti privilegiate di Google, la percezione nelle community e nei social, le metriche come Zoom Authority, Topical Zoom e AI Rank.

  1. In che modo i video e YouTube aiutano la reputazione?

I video sono sempre più usati da Google come fonte per le risposte in AI Overview: produrre contenuti di qualità su YouTube e integrarli nella propria strategia digitale aumenta visibilità e autorevolezza.

  1. La link building è ancora utile con l’AI Overview di Google?

Sì, ma deve essere ripensata: conta molto di più la coerenza dell’ecosistema, la continuità delle citazioni, la presenza in fonti “centrali” per il settore e la capacità di costruire relazioni stabili e autentiche.

  1. Come evitare penalizzazioni e rischi SEO con la link building?

Scegli partner affidabili, alterna ancore e tipologie di menzione, non spingere mai su pratiche manipolative, monitora costantemente la risposta delle SERP e aggiorna la strategia in base ai dati reali.

  1. Come posso iniziare una strategia di Digital PR se parto da zero?

Parti dall’analisi della tua identità, costruisci asset distintivi, individua i veri influencer e opinion leader del settore, cura la qualità delle prime collaborazioni, misura ogni risultato e costruisci la presenza su più canali.

  1. La link building funziona anche per i piccoli brand o solo per i grandi?

Funziona per tutti: l’importante è scegliere le giuste priorità, essere presenti nelle community verticali e investire su qualità, autenticità e relazioni, non solo su numeri o portali generalisti.

  1. Il guest posting è ancora una tecnica valida?

Sì, a una condizione: che l’obiettivo primario non sia il link, ma la possibilità di offrire un contenuto di altissimo valore al pubblico di un altro sito autorevole e in target. Il guest posting, oggi, è un’attività di branding e di posizionamento come esperto di settore. Il link, se arriva, è una gradita conseguenza, non la ragione dell’attività.

  1. Quanto tempo ci vuole per vedere i risultati di una strategia di “ecosistema”?

Molto più tempo rispetto a una vecchia campagna di link building aggressiva. Non parliamo di settimane, ma di mesi. La costruzione della reputazione è una maratona, non uno sprint. I risultati, però, sono infinitamente più solidi, duraturi e al riparo dalle fluttuazioni algoritmiche. È un investimento a lungo termine sull’asset più importante di un’azienda: il suo brand.

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