Emoji nel marketing: 5 motivi per usarle (e 5 per evitarle)
Le usiamo per strizzare l’occhio, per rafforzare un messaggio, per farci capire “senza spiegare troppo”. Ma le emoji sono davvero così universali? Spoiler: no. E usarle nel marketing richiede molta più consapevolezza di quanto sembri. Per celebrare il World Emoji Day di oggi, 17 luglio, vale la pena guardare in faccia le emoji per ciò che sono diventate: strumenti di comunicazione potenti, ma anche ambigui, capaci di aumentare il coinvolgimento o distruggere il tone of voice di un brand in tre clic.
In questo articolo ti guidiamo tra dati, neuroscienze, generazioni e casi reali. E ti mostriamo 5 buoni motivi per usarli e 5 per evitarle nella tua strategia.
Spoiler 2: non finisce tutto con la faccina che ride.
Emoji e strategia: cosa fanno davvero (quando funzionano)
Un’emoji può reggere il tono di un’intera frase: può alleggerirla, enfatizzarla, smussarla, renderla più chiara o più ambigua. Nei contesti digitali, dove il margine di interpretazione è sempre più ristretto, funziona come un marcatore: cattura l’attenzione, orienta la lettura, aiuta a posizionare il messaggio in uno spazio emotivo preciso.
Questo vale soprattutto quando il testo è frammentato, sintetico o carico di impliciti: nel campo digitale, nei titoli, nelle caption, negli oggetti email, nelle notifiche, nei copy brevi, dove non c’è spazio per spiegare tutto e serve un sistema di appigli rapidi. E l’emoji, se scelta bene, diventa proprio questo, un modo per aggiungere tono, direzione, distanza; oppure per sbagliare tutto, con una battuta visiva fuori posto. Ma l’effetto, comunque, si produce. Perché anche nel silenzio tipografico di una frase asciutta, l’emoji orienta la lettura prima ancora che arrivi il testo, e parla. E quello che dice, conta.
Non si tratta solo di aggiungere colore o informalità, ma di usare un segno che accompagni il contenuto e ne espanda il significato. Ecco, le emoji funzionano proprio quando si comportano da segni – non decorazioni, non scorciatoie, non riempitivi – e con una logica dietro. Elementi che portano senso, attivano una lettura, influenzano la percezione.
Però, inserire un’emoji in un contenuto digitale non è mai un gesto neutro. Anche il simbolo più semplice ha un peso specifico nel determinare il tono, il ritmo e l’interpretazione di un messaggio. Quando è coerente con il contesto, con il pubblico e con l’intenzione comunicativa, può sostenere il messaggio, migliorare la leggibilità, accentuare una sfumatura emotiva. Se invece è inserito in modo meccanico, generico o fuori registro, rischia di fare l’opposto: spezzare la coerenza del testo, confondere il tono, abbassare la credibilità. Capire quando e perché funziona significa considerarlo a tutti gli effetti parte del linguaggio e non una licenza grafica.
L’effetto sul contenuto: come cambiano ritmo, sguardo e stile
La prima funzione delle emoji, in una content strategy, è quella di indirizzare l’interpretazione e cambiare il modo in cui la persona legge il testo.
Studi di neuroscienze cognitive e neuromarketing mostrano che l’emoji funziona come un segnale metacomunicativo: guida l’interpretazione del messaggio, ne esplicita l’intenzione e riduce l’ambiguità in assenza di tono di voce e linguaggio non verbale.
Può spezzare la monotonia visiva, introdurre un’accelerazione o una pausa, guidare l’occhio verso una parola chiave. È un segnale ritmico, prima ancora che semantico: lavora come il grassetto, un ritorno a capo o una variazione di formato, ma lo fa con una componente emotiva implicita.
Questo è particolarmente evidente nei microcopy digitali — caption, caroselli, notifiche — dove tutto si gioca in pochi secondi, perché qui l’emoji diventa un artificio di struttura: aiuta a organizzare, sottolineare, alleggerire, dare respiro alla lettura. Ma non basta che “si veda”: se non è allineata al messaggio, diventa un’interferenza, e in questo caso rompe, più che costruire.
In alcuni casi l’emoji diventa parte integrante della “voce” di un brand. Non perché sia un logo, ma perché agisce come una ricorrenza visiva e semantica che rinforza la coerenza stilistica. Se usato in modo coerente, lo stesso simbolo può costruire un’associazione automatica con un certo tono: ironico, accogliente, professionale. Brand come Sephora o Taco Bell hanno persino creato set di emoji personalizzate per rafforzare il riconoscimento visivo nei contenuti digitali. Senza arrivare a tanto, anche la semplice ripetizione strategica di emoji affini al proprio posizionamento può diventare un tratto distintivo, riconoscibile e coerente.
5 motivi per usare le emoji nella tua strategia di marketing
Al di là del gusto personale, l’inserimento di emoji nei contenuti ha un impatto misurabile: influenza la leggibilità, cambia la percezione, rende i messaggi più accessibili e può migliorare anche le performance. Funzionano nei social perché sono native di quel linguaggio, ma trovano spazio anche in email, annunci, landing page, perfino in contesti professionali, se calibrate nel modo giusto. Alcuni studi parlano di un aumento del tasso di apertura delle email fino al 56% quando l’oggetto include un ‘emoji. Altri mostrano un incremento nell’engagement, nella risposta positiva e nella riconoscibilità del contenuto. Non perché il simbolo “piaccia”, ma perché attiva una lettura diversa: più veloce, più chiara, più diretta. In una strategia di marketing, tutto questo può diventare un vantaggio concreto. Ma ha senso solo se l’emoji è usata con criterio. E per decidere quando farlo, vale la pena guardare prima perché farlo.
- Possono aumentare il tasso di apertura delle email
Nell’oggetto di un’email promozionale, un’emoji può diventare un elemento decisivo. Anche solo una, se coerente con il contenuto, aiuta a far emergere il messaggio all’interno della casella di posta e a suggerire il tono del contenuto. Non esistono percentuali eclatanti, ma secondo alcuni studi le email con emoji nel subject ottengono in media un incremento tra il 3% e il 4% nel tasso di apertura. Un risultato modesto, ma costante, e ottenuto con un intervento minimo. Il vero valore sta nel potenziale di test: cambiare una singola emoji in fase di A/B test può restituire insight rapidi sul modo in cui il pubblico interpreta e filtra un messaggio.
- Migliorano la percezione emotiva del messaggio
Secondo uno studio pubblicato sulla rivista PLOS One nel 2025, l’inserimento di emoji in un messaggio testuale aumenta la percezione di disponibilità, empatia e reattività da parte del mittente. L’effetto è stato osservato in ogni condizione testata, anche quando il contenuto rimaneva invariato. Questo dimostra che il solo gesto di aggiungere un’emoji può incidere sul modo in cui viene recepita l’intenzione comunicativa. È un vantaggio importante nei contesti dove il tono non può essere spiegato a parole, ma deve essere intuito in pochi secondi.
Ad esempio, un “ci pensiamo noi” accompagnato da un 🙋♀️ è molto diverso da un semplice “ci pensiamo noi”. Il testo scritto è intrinsecamente ambiguo e una frase può suonare secca, ironica o gentile a seconda di chi legge. Umanizzare la comunicazione con questo piccolo accorgimento fa una grande differenza nella percezione del customer service.
- Rendono il contenuto più leggibile e segmentato
Un’emoji ha anche una funzione visiva. Inserito tra le righe di un testo, può segmentare il contenuto, creare una pausa, facilitare la scansione rapida. Questo vale soprattutto nei formati brevi o verticali, come caption, caroselli o notifiche, dove lo spazio è ridotto e ogni elemento ha un impatto diretto sul ritmo di lettura. E non è solo il lettore a interpretare quel segnale.
Usate con intelligenza, diventano ancore visive che spezzano muri di testo e guidano la lettura. Pensa a come le frecce (➡️, ⬇️), i check mark (✅) o i semplici punti colorati (🔴) possano trasformare un elenco pesante in una sequenza chiara e scansionabile, guidando l’occhio dell’utente dritto verso la tua call to action. È un piccolo ma potente intervento di user experience.
Anche Google, secondo quanto riportato da Search Engine Roundtable, ha iniziato a testare in SERP la risposta diretta con emoji per alcune query specifiche, a dimostrazione del fatto che questi simboli vengono ormai trattati come elementi dotati di significato proprio anche nel contesto della ricerca.
- Contribuiscono alla coerenza stilistica del brand
Alcuni brand scelgono di utilizzare emoji ricorrenti nei propri contenuti per rafforzare lo stile comunicativo. Non si tratta di inventare un linguaggio criptico, ma di inserire simboli coerenti con il tono generale e con i temi ricorrenti. Un’emoji può diventare parte del codice visivo di un brand se usata con continuità: è un piccolo segno che aiuta a costruire familiarità, soprattutto nei formati ripetitivi o nei contesti in cui lo stile conta più del contenuto in sé.
I brand più abili usano specifiche emoji per costruire un’identità riconoscibile e un codice condiviso con la propria community. Il brand di beauty Glossier è associato alla ragazza con l’asciugamano 🧖♀️, creando un legame quasi esclusivo. Usare un’emoji in modo coerente e continuativo può trasformarlo in un simbolo del tuo brand, rafforzando il senso di appartenenza della tua nicchia. La domanda è: qual è l’emoji che rappresenta il tuo brand?
- Sono accettate anche nei contesti professionali
L’idea che le emoji siano solo per ambienti informali è ormai superata. Una ricerca Atlassian – YouGov su oltre 10.000 lavoratori mostra che il 65% utilizza emoji anche nelle comunicazioni professionali. La percentuale sale all’88% tra i Gen Z, mentre si ferma al 49% tra i boomer, ma il trend è chiaro: il simbolo visivo non è più percepito come un’invasione di campo. In molti casi, è uno strumento che semplifica, riduce la possibilità di fraintendimenti e contribuisce a regolare il tono in ambienti di lavoro ibridi e asincroni.
Il nostro cervello processa le immagini circa 60.000 volte più velocemente del testo. Un’emoji, in quanto immagine, rende il tuo messaggio più “appiccicoso” (sticky, per dirla all’inglese). In un feed infinito e iper-competitivo, l’associazione tra il tuo messaggio e un simbolo visivo può fare la differenza tra essere dimenticati dopo due secondi o rimanere impressi nella memoria dell’utente.
5 motivi per non usare le emoji nel digital marketing
Tutto perfetto? Ovviamente no! L’uso delle emoji è diventato talmente abituale da sembrare sempre una buona idea, ma nel marketing digitale l’abitudine è una cattiva consigliera. Per ogni contesto in cui un’emoji può migliorare la resa di un contenuto, ne esiste almeno un altro in cui rischia di ridurne la chiarezza, l’efficacia o la coerenza.
I limiti non riguardano solo la forma, ma il significato: interpretazioni ambigue, differenze culturali, problemi tecnici o distorsioni di tono possono trasformare un simbolo in un ostacolo. E più aumenta la complessità del pubblico, del canale o del messaggio, più cresce il rischio che quel simbolo diventi una distorsione.
Insomma, usare le emoji in modo strategico non significa usarle sempre: il problema non è l’emoji in sé, ma la sua instabilità semantica – lo stesso segno può dire cose diverse a persone diverse, in contesti diversi. Per questo è fondamentale sapere anche quando evitare di usarle. I prossimi cinque punti mostrano proprio questo – ovvero, non inondare i tuoi canali di faccine, senza alcun criterio!
- Non tutti le interpretano allo stesso modo
Le emoji non hanno un significato universale. A seconda del contesto culturale, generazionale o del canale usato, lo stesso simbolo può essere percepito in modi radicalmente diversi. Secondo un articolo pubblicato su Forbes e basato sulle ricerche di Diane Hamilton, molte incomprensioni nascono proprio da questa ambiguità. Un semplice 👍 (thumbs up) può essere inteso come approvazione in un contesto aziendale, ma risulta passivo-aggressivo per i Gen Z. Il significato non è legato al segno in sé, ma alla relazione tra chi lo scrive e chi lo legge.
Altri esempi? Le mani giunte 🙏 sono un “grazie” in Occidente, ma non nel mondo arabo. Il gesto dell’OK 👌 è un insulto in Brasile. E non dimentichiamo il “rendering“: l’emoji che vedi su un iPhone è diverso da quello su Android, e a volte questa differenza ne altera l’espressione e il significato. Una campagna globale basata su un’emoji non analizzata può diventare un disastro.
- Possono compromettere la credibilità in alcuni settori
L’uso disinvolto di emoji rischia di minare la percezione di serietà in contesti professionali o formali. Nonostante l’adozione crescente, non tutti i brand possono permettersi uno stile comunicativo informale, soprattutto in settori regolamentati o ad alta sensibilità (come finanza, medicina, pubblica amministrazione). Uno studio riportato da The Conversation ha rilevato che alcune emoji, come lo “smile” leggero 😊, sono spesso associate a emozioni finte o sarcastiche, e possono generare disagio se mal calibrate.
In settori come quello legale, finanziario, medico o in comunicazioni B2B molto formali, un abuso di emoji può far percepire il brand come poco serio, minando la fiducia e la credibilità. Immagina una banca che comunica un problema di sicurezza con un 😥. Semplicemente, non funziona.
- Aumentano il rischio di fraintendimenti cross-generazionali
Le aspettative sul significato delle emoji variano molto tra le fasce d’età. La citata indagine di Atlassian – YouGov evidenzia che mentre l’88% dei Gen Z usa le emoji anche in ambienti di lavoro, solo il 49% dei boomer le considera appropriati in quei contesti. Questo divario apre la strada a possibili incomprensioni interne nei team aziendali e con il pubblico più maturo. Quando lo stesso messaggio viene letto da più generazioni, l’effetto può cambiare radicalmente.
In sintesi: le emoji hanno un ciclo di vita e alcuni invecchiano male. L’esempio più lampante è la faccina che ride fino alle lacrime (😂), oggi considerata “da boomer” dalla Gen Z, che per esprimere lo stesso concetto usa il teschio (💀). Usare l’emoji sbagliata ti fa apparire immediatamente goffo, fuori tempo massimo e disperatamente alla ricerca di una giovinezza che non ti appartiene.
- Non sempre si integrano bene con la SEO o l’accessibilità
Dal punto di vista tecnico, le emoji non sono sempre trattati correttamente dai motori di ricerca o dagli screen reader. Se inserite nei title tag o nelle meta description, possono essere ignorate da Google, considerate come spam oppure causare problemi di visualizzazione. Inoltre, nei testi letti da software per l’accessibilità, ogni emoji viene interpretata come una descrizione testuale (“volto che ride con lacrime di gioia”), rallentando e complicando la fruizione. L’uso eccessivo, in questi casi, può danneggiare l’esperienza utente.
Ad esempio, una sfilza di “🔥🔥🔥” viene letta come “fuoco, fuoco, fuoco”, rendendo il messaggio illeggibile e fastidioso.
- Possono essere percepite come forzate o artificiose
Un’emoji inserita fuori contesto trasmette l’idea di un brand che prova troppo a sembrare “giovane” o “simpatico”. E l’effetto è spesso l’opposto. Come segnalato da The Conversation, l’uso inconsapevole delle emoji può essere letto come una forma di performatività sociale: un tentativo di comunicare “secondo codice”, senza però capirlo davvero. In un’epoca in cui autenticità e trasparenza sono valori centrali, ogni simbolo superfluo rischia di trasformarsi in rumore – senza dimenticare il rispetto degli archetipi del brand, che ammette poche eccezioni!
Il sovrautilizzo crea anche l’effetto definito “cecità da banner” (applicato alle emoji): quando tutti le usano, e quando tu stesso ne abusi, il loro potere di catturare l’attenzione si annulla. Diventano rumore di fondo. Nel 2025, la vera abilità non sta nell’usare le emoji, ma nell’usarle con parsimonia strategica, facendole contare davvero quando servono.
La scienza delle emoji: cosa ci dicono studi, neuroscienze e psicologia
Tutto quello che abbiamo scritto non si basa solo su “intuizioni”: ci sono processi cognitivi, visivi ed emotivi che si attivano ogni volta che incontriamo emoji in un testo, e le più recenti scientifiche dimostrano che la loro influenza sulla comunicazione è molto più strutturata.
Alcuni studi dimostrano che il cervello le riconosce più rapidamente di una parola, le collega a un’espressione facciale e le integra subito nella lettura del messaggio. Altri analizzano cosa cambia nella relazione tra chi scrive e chi legge: una semplice faccina può far percepire il tono come più disponibile, amichevole o attento, anche quando il contenuto non cambia. C’è poi il tema delle differenze generazionali e culturali, che influisce sul significato che attribuiamo a ciascun simbolo. E tutto questo, oggi, viene studiato da linguisti, psicologi e neuroscienziati per capire come le emoji influenzano davvero la comunicazione a ogni livello. Al di là delle differenze, emerge che l’effetto non è un’impressione soggettiva, ma una risposta neuro-cognitiva misurabile.
Percezione visiva e velocità cognitiva
Il nostro cervello è programmato per riconoscere i volti in una frazione di secondo. E quando incontra un’emoji, attiva gli stessi circuiti neurali della comunicazione faccia a faccia. Secondo uno studio riportato da San.com, servono appena 13 millisecondi per decodificare un’immagine visiva come un’emoji, e il riconoscimento è più rapido di quello testuale.
Questo rende le emoji particolarmente efficaci nei contesti compressi — notifiche, anteprime, titoli — dove l’attenzione è breve e frammentata. A livello neurale, non vengono lette come elementi decorativi, ma come segnali semiotici pieni: attivano il sistema limbico, velocizzano la comprensione, aiutano a stabilire subito un tono. Anche per questo, in una frazione di secondo, un’emoji può aumentare la probabilità che un messaggio venga letto per intero.
Emozioni, relazioni e “responsività percepita”
L’effetto relazionale delle emoji è stato confermato da diversi studi recenti. Uno in particolare — condotto su 260 adulti e citato su El País — mostra che i messaggi arricchiti con emoji sono percepiti come più coinvolgenti, empatici e “attenti”.
È la sensazione della responsività percepita, che si traduce in una maggiore soddisfazione del destinatario, anche quando il contenuto del testo è identico. Il tipo di emoji (volto o oggetto) incide meno di quanto si pensi: ciò che conta è l’effetto finale sulla qualità dell’interazione. L’aggiunta di un’emoji — secondo la ricercatrice Huh — funziona come un gesto sociale: suggerisce intenzione, partecipazione, apertura. Nei contesti di customer care, interazione social o email marketing, questa leva può migliorare il tono della conversazione e stimolare un coinvolgimento più profondo.
Diversità generazionale, culturale e semiotica
Le emoji non parlano sempre lo stesso linguaggio. Studi e articoli etnografici hanno messo in evidenza forti variazioni interpretative legate all’età, al contesto culturale e alla piattaforma usata. L’emoji 😂 — per anni la più usata — oggi è percepita da molti Gen Z come fuori moda o addirittura passivo-aggressiva
Lo stesso simbolo può comunicare entusiasmo, sarcasmo o imbarazzo a seconda della generazione, del codice di piattaforma (Instagram, Slack, TikTok) e delle dinamiche sociali.
Le emoji funzionano quindi come segni “stratificati”: richiedono una conoscenza condivisa per essere decodificati correttamente. In alcuni casi, diventano veri marker di identità sociale — come mostrano i trend su TikTok — e uscirne può significare perdere credibilità nel gruppo di riferimento. Questo rende l’uso professionale delle emoji particolarmente delicato: chi comunica a un pubblico eterogeneo deve conoscere il “linguaggio locale” ed evitare interpretazioni sbagliate.
E non dimenticare un altro elemento, legato a badge d’identità e sottoculture: le emoji non esprimono solo emozioni, ma segnalano l’appartenenza a un gruppo. Pensa ai famosi #emojicombo di TikTok, dove sequenze come 🕯️📜🖋️ definiscono l’estetica “dark academia”. Capire questi codici significa poter dialogare in modo autentico con nicchie specifiche.
Brand guideline, policy interne e strumenti per l’uso consapevole delle emoji
Sempre più aziende hanno iniziato a formalizzare l’uso delle emoji all’interno di manuali di comunicazione e design system. Strumenti come Slack, Microsoft Teams, Whatsapp e altri tool di messaggistica interna le hanno rese parte integrante delle conversazioni quotidiane, ma la loro adozione richiede linee guida chiare: alcune emoji possono essere ambigue, fuori tono o addirittura rischiose dal punto di vista della compliance.
Report recenti suggeriscono che è più efficace insegnare a usarle bene, anziché vietarle: la formazione su contesto, intenzione e interpretazione è oggi considerata una best practice nelle aziende più strutturate.
Alcune piattaforme suggeriscono di integrare emoji policy direttamente nei team onboarding, mentre soluzioni di monitoraggio semantico sono sempre più adottate per supportare la supervisione — specialmente nei settori regolamentati. Anche sul fronte della comunicazione esterna, diversi brand (tra cui Sephora e Taco Bell) hanno sviluppato emoji personalizzate per rafforzare il riconoscimento e creare esperienze proprietarie: un segnale che le emoji, usate con criterio, possono diventare anche asset strategici di branding.
Casi reali: quando un’emoji cambia il messaggio (nel bene o nel male)
L’effetto di un’emoji si può misurare anche fuori dai laboratori. In certi casi, basta un simbolo ben posizionato per spingere le persone a lasciare una recensione. In altri, un’icona fraintesa può generare un errore di comunicazione in un contesto critico. Alcuni brand hanno usato le emoji per rafforzare la propria identità; altri le hanno vietate nei documenti ufficiali dopo una crisi interna. A fare la differenza non è l’uso in sé, ma l’impatto che produce — sul pubblico, sul tono, sul risultato. Ed è proprio lì che si gioca il valore (o il rischio) di ogni scelta.
- Domino’s Pizza
Geniale e semplice. Hanno permesso ai clienti di ordinare una pizza semplicemente twittando l’emoji 🍕 al loro account. Hanno trasformato l’emoji in una call to action funzionale.
- Deadpool
La campagna marketing del film ha usato un cartellone con la scritta “💀💩L”. Irriverente, audace e perfettamente in linea con il tono del personaggio. Hanno parlato la stessa lingua del loro pubblico.
- Coca-Cola
Con la campagna #ShareaCoke ha creato un’emoji brandizzata che appariva automaticamente con l’hashtag, generando un’onda di condivisioni e rafforzando la community globale attorno a un simbolo.
- Airbnb: più recensioni con emoji mirate
Una ricerca su oltre 29.000 annunci Airbnb in quattro città americane ha rivelato che i post che affiancano un’emoji a una parola chiave (senza sostituirla) generano in media il 24% in più di recensioni rispetto agli altri. Il motivo? Le emoji, se inserite con misura e pertinenza, migliorano la “fluidità di elaborazione” del messaggio, cioè la facilità con cui il cervello processa e interpreta il testo. In altre parole: un contenuto più facile da leggere e più immediato da decodificare stimola una risposta più rapida. Ma c’è un avvertimento: l’effetto si annulla (o si inverte) se si inseriscono troppe emoji, che diventano ostacoli cognitivi anziché facilitatori.
- USA, sicurezza nazionale e l’incidente comunicativo su Signal
Durante un’indagine della National Security Agency (NSA), è emerso un problema di interpretazione legato all’uso delle emoji nell’app Signal. Il nodo riguardava la comprensione di alcune “reactions” inviate con emoji da un presunto informatore: per alcuni investigatori, quel cuore rosso era segno di assenso, per altri una risposta ironica o un codice interno. Il risultato? Confusione operativa, discussioni tra team e rischio di fraintendimenti in un contesto altamente sensibile.
Questo episodio ha spinto alcune agenzie federali a redigere linee guida più rigide sull’uso di emoji nei canali di comunicazione ufficiale.
- Chevrolet
Un comunicato stampa scritto interamente in emoji. Risultato? Nessuno l’ha capito. È passato alla storia come un tentativo forzato di sembrare “cool”, fallendo l’obiettivo primario della comunicazione: la chiarezza.
- Goldman Sachs
La banca d’affari ha provato a “connettersi” con i Millennial tramite un tweet pieno di emoji sui prestiti studenteschi. È stato percepito come un tentativo falso e paternalistico, danneggiando la credibilità di un marchio che vive di serietà.
- Workplace: lo scarto interpretativo tra Gen Z e boomer
Uno studio interno condotto su Slack e Teams ha messo in evidenza un divario generazionale netto nell’interpretazione delle emoji usati per lavoro. L’esempio più eclatante? Il pollice in su: per i boomer è un segno neutro o positivo; per molti membri della Gen Z, invece, comunica fastidio, sarcasmo o disinteresse. Questo scarto di senso ha portato a episodi concreti di incomprensione tra manager e collaboratori, con effetti sulla qualità delle interazioni interne. Alcune aziende tech hanno risposto con corsi di onboarding dedicati alla “emoji etiquette”, mentre altre hanno semplicemente ridotto l’uso delle emoji nei canali ufficiali.


