Se per Amleto il dilemma era tra “essere e non essere”, per noi comuni mortali e ancor più comuni operatori di ogni tipo sul Web la questione è decisamente un’altra: cosa significano link follow e nofollow? Qual è la differenza tra questi due valori e che peso hanno per un sito, come collegamenti in entrata e in uscita? Oggi compiamo un salto in uno dei temi centrali per ogni attività sul Web, una delle basi per le operazioni sia onpage che (forse soprattutto) offpage, come la costruzione di un solido profilo backlink.

Link follow e nofollow, l’importanza per Google

Una premessa: i link ad altre risorse, così come i collegamenti interni al proprio sito, sono una delle caratteristiche fondanti di Internet; non a caso si parla di Rete o di Web, ovvero di una struttura correlata, dove ogni filo porta a un altro. Pertanto, l’idea di eliminare completamente i link da ogni sito è assurda, oltre che paradossale, perché darebbe vita a singole entità che hanno vita propria e che, di conseguenza, offrono all’utente solo un contenuto limitato e un’esperienza parziale.

Al contrario, la natura di Internet prevede che quando si fa accenno in una pagina a contenuti trattati su altri siti si inserisca un link utile per l’utente che intende approfondire la materia, così come se si riprende un tema già esposto sul proprio blog si deve rimandare al pezzo in questione con un link interno. Insomma, la scelta sta al visitatore, che viene messo nelle condizioni di scegliere se dedicare o meno tempo a seguire il collegamento verso una (si spera) risorsa utile, in linea con le informazioni che sta ricercando. È chiaro che quando il collegamento avviene tramite link esterno ci assumiamo una responsabilità verso i crawler di Google e verso l’utente, perché siamo (o dovremmo) essere consapevoli dell’affidabilità della risorsa verso cui reindirizziamo.

La correlazione tra backlink e posizionamento

Oltre a questa importanza di tipo “strutturale”, c’è poi un altro fattore che rende fondamentali i link: tra i vari fattori di ranking impiegati da Google e dagli altri motori di ricerca ci sono proprio questi riferimenti ipertestuali, che sono stati utilizzati per determinare l’affidabilità e l’autorevolezza di un documento web e, di conseguenza, classificarlo di conseguenza nelle SERP. E qui arriviamo alla questione “link dofollow vs link nofollow“, che affonda le sue radici nel passato e (in pratica) nelle origini della SEO: per molti anni Google ha basato il giudizio su siti e pagine Web (e di conseguenza il funzionamento dei risultati di ricerca) sul lavoro di un algoritmo chiamato PageRank, che stabiliva la “popolarità” delle pagine web andando ad analizzare (principalmente) il numero di backlink che puntavano ad essa da altri siti web.

In pratica, c’era una stretta correlazione tra numero di backlink ricevuti e posizionamento delle pagine, senza alcun tipo di valutazione del tipo o della qualità di questo riferimento. Erano gli albori delle strategie di web marketing, quando dominavano i cosiddetti Link Farm, siti che erano vere e proprie “fattorie” di contenuti e di link, spesso sotto forma di semplici aggregatori e generatori di link. In pratica, era passato il messaggio che bastava accumulare link per scalare le posizioni.

La creazione del rel Nofollow per i link

Poi tutto è cambiato con i successivi aggiornamenti di Google, che ha deciso di dare un segnale preciso a webmaster e a tutti coloro che operano sul Web: addio alla quantità, focus sulla qualità. L’effetto diretto è stato la “creazione” dell’attributo No Follow per alcuni link, una variabile a disposizione dei webmaster per segnalare al motore di ricerca di “non seguire” il collegamento, ma soprattutto l’adozione di linee guida molto più stringenti per l’analisi dei backlink, fino ad arrivare alla situazione attuale dove, come sappiamo, per stabilire l’acquisizione di benefici e popolarità gli algoritmi riescono a valutare non solo l’autorevolezza di un sito che offre un link a un altro, ma anche la correlazione tematica e altri fattori più o meno noti.

Link nofollowCosa significa il link nofollow

In termini pratici, il nofollow (o no follow, in Rete si trovano entrambe le occorrenze) è un valore assegnato all’attributo rel di un link, che in linguaggio HTML compare con questa stringa <a href=”http://example.com” rel=”nofollow”>Sito Esempio</a>: per l’utente/visitatore non cambia nulla, perché il link è sempre cliccabile e porta a una pagina diversa, ma molto cambia per i siti. Nella guida della Search Console di Google si chiarisce infatti che chi sceglie questa opzione indica in maniera esplicita ai bot dei motori di ricerca di non seguire il link in questione, che di conseguenza non “ottiene” peso ai fini del posizionamento al link stesso e non riceve autorevolezza (o, almeno, non nella stessa misura di un link dofollow).

L’utilità del rel nofollow

In particolare, questo attributo andrebbe assegnato ai link venduti o acquistati, ma anche a collegamenti specifici esemplificati nella guida stessa: velocemente, citiamo i contenuti non attendibili o fuori dal proprio controllo, contenuti generati dagli utenti (esempio più immediato, i link nei commenti, che anche i CMS come WordPress ormai considerano di default come nofollow), link che possono risultare inutili per i crawler di Google (vale a dire pagine di registrazioni o pagine private, che rappresenterebbero solo uno spreco di risorse per i bot).

A cosa servono i link dofollow

All’esatto opposto di questo c’è il “dofollow” (o semplicemente follow), che in realtà non è un attributo “esistente” ma l’impostazione standard per i collegamenti esterni (e difatti nel codice HTML non c’è alcuna stringa speciale che contraddistingue questa tipologia); in pratica, ogni sito che non ha provveduto a indicare esplicitamente il nofollow ai propri rimandi ipertestuali segnala a robots di Google che i propri link in uscita sono da seguire. In termini teorici, il link dofollow invitano i crawler di Google a seguire, appunto, il collegamento, perché ritenuto utile sia per l’utente che per i motori di ricerca, ed è quindi chiaro che ricevere per il proprio sito un riferimento di questo tipo rappresenta un’opportunità per rafforzare il posizionamento di un contenuto, perché trasferiscono valore e un feedback di qualità verso il sito linkato. In una strategia SEO offpage, quindi, bisogna valutare con attenzione la link popularity, pensando non solo (e non più) solo ad accumulare riferimenti da altri siti, ma anche e soprattutto a ricevere link in ingresso che siano di qualità e di attinenza alla risorsa linkata.

Link follow e nofollow, cosa scegliere per il proprio sito?

In sintesi, dunque, cosa significano link dofollow e link nofollow e come bisognerebbe comportarsi per il proprio sito? Come detto, se tutti “sterilizzassero” i link in uscita ci troveremmo di fronte a siti isolati e scollegati, che non fornirebbero un servizio utile né all’utente né ai motori di ricerca, che sfruttano (anche) la qualità e la quantità dei rimandi per ordinare le proprie SERP. Eppure, questo concetto per certi versi semplice si scontra con alcune teorie e “leggende metropolitane” più o meno bizzarre che si leggono online, come il timore di incappare in penalizzazioni di Google se si possiedono troppi link in uscita su un sito o di perdere “link juice” mantenendo i link dofollow.

In realtà, nelle ultime riflessioni sulla SEO si sostiene che Google prenda ancora in considerazione, seppure in maniera meno rilevante, i link nofollow per la valutazione di un sito, a patto però che il riferimento esterno provenga da siti web di buon livello e di argomento affine.

Quando usare i link nofollow

In definitiva, possiamo dire che per chi possiede o gestisce un sito:

Aggiungere il rel nofollow significa dire ai crawler dei motori di ricerca di non seguire il link durante le loro esplorazioni.

Usare sempre il nofollow va in qualche modo contro i principi del Web.

Si può impostare il nofollow – laddove non di base – per commenti lasciati dai lettori e altri contenuti “manipolabili”.

È possibile scegliere questo attributo anche per evitare di trasmettere il “potere” e l’autorevolezza del proprio sito a un altro sito linkato, che però riteniamo utile per il lettore.

Inoltre, il valore andrebbe inserito anche per link di affiliazione, link a pagamento (anche di advertising, sia nel testo che nelle immagini), link a/verso comunicati stampa, link a/verso pubbliredazionali, link verso articoli che hanno attinenza minima di topic con quello della pagina target, e poi ancora link nei widget, link verso contenuti poco affidabili e link verso pagine che contengono solo form.

Il valore dei link nofollow ricevuti

Per chi invece riceve un link nofollow:

L’attributo ha comunque ancora un peso per influenzare il posizionamento di un sito.

Un link è comunque un collegamento: detto del minor valore per Google, ricevere un riferimento porta comunque a una diffusione del proprio sito ed, eventualmente, anche a una condivisione più ampia del contenuto attraverso l’utenza.

Consente comunque di ottenere traffico diretto immediato.

È un segnale di autorevolezza per il sito, soprattutto se deriva da un sito già forte e riconosciuto. Un caso esemplare è quello di Wikipedia, che per politica ha impostato l’attributo nofollow a tutti i link in uscita (così come YouTube, per citare un altro big): comparire in una menzione dalla nota enciclopedia virtuale, infatti, rappresenta un alto valore non solo simbolico per il proprio sito.

GM