Per gli spagnoli è stata la parola del 2019, sono diventate un’opera d’arte al MoMA, da sei anni esiste una giornata mondiale per celebrarle e anche Google sta a più riprese sperimentandone l’uso nelle SERP, sia nei titoli che addirittura negli URL: parliamo di emoji, le buffe faccine che da telefoni a smartphone si sono diffusi in tutto il Web, imponendosi come un nuovo strumento di comunicazione rapido e diretto.

Che cosa sono le emoji

L’origine delle faccine gialle è ancora piuttosto controversa: secondo la teoria attualmente più accreditata, la creazione delle emoji risale alla fine degli anni Novanta in Giappone. Per la precisione, l’invenzione del primo set di emoji si deve alla compagnia SoftBank, che nel 1997 lancia sul mercato nipponico un telefono in grado di supportare 90 distinti simboli pittografici.

Nel 1999 arriva il famoso set di 176 emoji creato da Docomo e da Shigetaka Kurita, a lungo ritenuto il primo in assoluto, di dimensione 12 pixel per lato e ispirato alla cultura manga, ai caratteri cinesi e ai segnali stradali, che venne implementato nel sistema giapponese i-mode, una sorta di piattaforma web che collegava i telefoni cellulari a Internet.

È proprio questa griglia di simboli che nel 2016 divenne un’opera esposta al MoMA, il Museo di arte contemporanea di New York, in un’esibizione temporanea dedicata alle nuove forme di arte e comunicazione. “Se ci pensi, non possiamo vivere senza emoji oggi”, disse Paola Antonelli, senior curator of architecture and design al MoMA presentando l’opera: in meno di venti anni, la rivoluzione delle faccine era completata!

Le emoji in mostra al MoMA

Cosa significano le emoji

Immagine, carattere e scrittura: il termine emoji nasce dalla fusione dei kanji giapponesi per identificare questi tre elementi, che descrivono quindi il senso e la funzione di queste faccine, una forma di “scrittura per immagine“.

Gli emoji sono simboli pittografici (pictographs), in genere in forma fumettosa, usati all’interno di conversazioni testuali per esprimere idee, sentimenti, stati d’animo e personalità. Rappresentano infatti volti, condizioni climatiche, veicoli, strumenti, edifici, piatti o bevande, alimenti, piante e animali, e poi ancora attività, emozioni e così via.

In qualche modo, le emoji sono l’evoluzione delle emoticon, che invece sono una stringa di caratteri testuali (soprattutto simboli di punteggiatura) che sin dagli anni ’80 sono stati usati per ricreare le principali espressioni facciali umane che esprimono un’emozione nelle conversazioni online e non solo.

A cosa servono le faccine

Come sottolineato anche dalla responsabile del MoMa, in questi venti e più anni questi simboli hanno superato i confini giapponesi e si sono diffusi in tutto il Web e ben oltre. Nati come elemento per infrangere le “barriere di comunicazione e di educazione che paralizzavano i giapponesi”, secondo le parole di Shigetaka Kurita, nel tempo le emoji sono diventate una forma di comunicazione perfetta per la rapidità della Rete e delle conversioni istantanee via Whatsapp e simili.

E non è un caso che se ne sia accorto anche Google…

Emoji Google ADS direttamente nell’URL

L’ultima novità in questo senso è stata segnalata negli Stati Uniti: pochi giorni fa, un utente ha visto in SERP un annuncio etichettato come Google AD che conteneva alcuni emoji direttamente nell’URL di riferimento. Si tratta di un fatto curioso, potenzialmente in contrasto con le ad policies di Google (secondo l’interpretazione di Barry Schwartz su Seroundtable), che potrebbe però offrire un vantaggio in termini di CTR al sito, perché più allettante e invogliante per gli utenti rispetto al classico link.

Google mostra le emoji in URL

Emoji in title SEO e meta description

Già in precedenza, però, le emoji avevano fatto la loro comparsa in SERP: dal 2017 sono vari gli esperimenti portati avanti da Mountain View, che ha addirittura implementato un servizio di ricerca per immagini basato sulle faccine, che sono quindi indicizzate alla pari di altre risorse multimediali (ne parlavamo anche dopo la Google Webmaster Conference dello scorso novembre).

Ancor più utile in termini SEO, le emoji possono essere usate (e mostrate) negli snippet della ricerca, se sono “pertinenti, utili e divertenti”: questo significa che un sito può utilizzare i simboli grafici in campi come title SEO o meta description, se le analisi di targeting rivelano che questi strumenti di comunicazione possano favorire il clic degli utenti (e quindi il click-through rate) o anche come metodo per differenziarsi dai competitor e attrarre più sguardi curiosi.

Perché usare le faccine?

Chiaramente, tra i più avvezzi all’uso e alla comprensione delle emoji ci sono le fasce più giovani: il 68% dei millennial, secondo uno studio di pochi anni fa, rivelava di sentirsi maggiormente a proprio agio “nell’esprimere le emozioni usando immagini come gli emoji”, che si rivelano quindi un mezzo per umanizzare il messaggio, dimostrarsi alla moda e rafforzare la brand awareness con una caratterizzazione ben precisa.

Quante sono le emoji

Ma quali sono le emoji da utilizzare? La pagina dello Standard Unicode che conserva tutte le faccine – distinguendole anche per canale di comunicazione, da Apple a Google, da Facebook a Twitter e Whatsapp – conta 1742 emoji alla versione corrente v12.1, ma è già presente l’elenco della versione beta v13.0 che arriva a 1809.

Insomma, ci sono quasi 2000 differenti simboli, sempre più estesi e inclusivi (trend degli ultimi anni, per evitare ogni forma di discriminazione e di manipolazione dei simboli), e oltre il 90% delle persone che comunicano per via digitale usano almeno uno di questi elementi. In Italia, tra i simboli più usati ci sono la faccina che ride fino alle lacrime, il cuore  e la faccina con i cuoricini al posto degli occhi.

A fare la “voce grossa” sono ovviamente i social: su Facebook si usano oltre 700 milioni di simboletti grafici nei post ogni giorno e sulla chat Messenger oltre 900 milioni di emoji sono inviate ogni giorno senza testo. Su Twitter si scambiano ogni giorno circa 250 milioni di emoji, un ritmo di  3,2 miliardi l’anno, e su Whatsapp i numeri sono ancora più clamorosi.

I riconoscimenti per questi simboli pittografici

Non un semplice fenomeno di costume, dunque, né una moda passeggera, ma praticamente una forma di comunicazione più diretta e veloce, adatta alla tempestività dei nuovi media: per questo gli emoji si stanno conquistando vari riconoscimenti a livello mondiale e, spesso, culturale.

Già nel 2015, il prestigioso Oxford Dictionary aveva scelto come parola dell’anno un’immagine, l’emoji Face with Tears of Joy, ovvero la faccina con le lacrime agli occhi per le tante risate.

Poche settimane fa, la Fundación del Español Urgente ha eletto emoji come parola dell’anno 2019 della lingua spagnola perché è “innegabile l’impatto di questa non-parola sulla nostra comunicazione con gli altri, che porta agilità e concisione alla forma scritta, permettendo di aggiungere alle conversioni sfumature gestuali e intenzionali che altrimenti andrebbero perse”. Inoltre, questi simboli grafici sono “forse la cosa più vicina a un linguaggio universale che l’umanità abbia mai creato”, conclude la motivazione della fondazione.

C’è anche una data da segnare in rosso in cui, dal 2014, si celebra la Giornata internazionale delle Emoji: è il 17 luglio di ogni anno, giorno scelto perché è esattamente quello che compare nel simbolo grafico del calendario universalmente riconosciuto dallo Standard Unicode.

Infine, nel 2017 è uscito nelle sale cinematografiche del mondo il film Emoji (in italiano Emoji – Accendi le tue emozioni), un lungometraggio di animazione che non ha brutti risultati al botteghino, ma che incassa voti pessimi dalla critica: solo a titolo esemplificativo, citiamo i quattro Razzie Awards vinti nello stesso anno e la classifica di Hollywood Reporter sui film più brutti della decade 2010-2019, in cui Emoji sale fino al quarto posto assoluto.