EAA e accessibilità digitale: cosa cambia per le imprese

Tra un mese esatto entra in vigore l’European Accessibility Act, e molte aziende non sanno nemmeno cosa sia. Si tratta di una delle normative più impattanti degli ultimi anni: impone requisiti minimi di accessibilità per prodotti e servizi digitali, considerandola ufficialmente parte integrante della qualità di un sito, di un eCommerce, di un’app, di un’esperienza online. Non si tratta solo di conformarsi a una direttiva ed evitare sanzioni: è un tema che riguarda milioni di persone e si rivela anche un vantaggio competitivo concreto, perché significa progettare contenuti fruibili da tutti, migliorare l’esperienza utente, rafforzare la propria reputazione. In questo articolo, grazie anche ai preziosi spunti del webinar di SEOZoom Academy con l’esperto Antonino Polimeni, facciamo chiarezza su cosa prevede davvero l’EAA, chi deve adeguarsi e come, e perché ignorare il problema è oggi una scelta rischiosa e miope.

Che cos’è l’European Accessibility Act e perché è importante oggi

L’European Accessibility Act (EAA), ufficialmente Direttiva (UE) 2019/882, è una norma europea approvata il 17 aprile 2019 con l’obiettivo di ridurre le barriere digitali in Europa, armonizzare le disposizioni degli Stati membri in materia di accessibilità di prodotti e servizi e promuovere la piena partecipazione delle persone con disabilità alla vita sociale ed economica.

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L’obiettivo è duplice: tutelare i diritti delle persone e favorire la libera circolazione di beni e servizi accessibili all’interno dell’Unione, nel rispetto dei principi di uguaglianza, partecipazione e inclusione sanciti dalla Convenzione ONU e dalla strategia europea sui diritti delle persone con disabilità.

Il principio è semplice, ma potente: nessuno deve essere escluso dall’utilizzo di un servizio digitale per motivi legati a una disabilità. E questo vale per un sito di eCommerce, un’app di home banking, un biglietto acquistato a uno sportello automatico o una piattaforma di streaming. Tutto ciò che viene progettato, pubblicato e venduto online dovrà rispondere a requisiti chiari, misurabili e verificabili.

L’Italia ha recepito la direttiva con il Decreto Legislativo n. 82 del 27 maggio 2022, che ha fissato al 28 giugno 2025 la data a partire dalla quale i prodotti e i servizi digitali dovranno rispettare i requisiti di accessibilità stabiliti.  Da quel giorni, quindi, le regole saranno pienamente applicabili e operative, rendendo obbligatorio il rispetto di standard di accessibilità per una vasta gamma di prodotti e servizi digitali destinati al mercato dei consumatori. È un passaggio cruciale non solo in termini di conformità, ma anche per la competitività: l’accessibilità diventa un requisito strutturale, non un’opzione accessoria.

Il cambiamento coinvolge direttamente il settore privato e obbliga le imprese a ripensare siti web, app, terminali digitali e piattaforme di eCommerce secondo criteri chiari e misurabili. In gioco non c’è solo l’adeguamento tecnico, ma anche la possibilità di raggiungere milioni di utenti in più, migliorare l’esperienza online e rafforzare la propria reputazione.

Una normativa europea per garantire pari diritti nel mondo digitale

L’EAA nasce per colmare un vuoto normativo evidente: in Europa, ogni Stato membro aveva finora regole diverse in materia di accessibilità, e molte aziende non avevano alcun obbligo concreto se non operavano nel settore pubblico. La Direttiva 2019/882 cambia questo scenario, introducendo una base normativa comune e vincolante, pensata per tutelare i diritti delle persone con disabilità anche nel contesto digitale.

Come detto, lo sforzo ha un intento duplice: da un lato, facilitare l’accesso ai servizi digitali per chi oggi si trova escluso da interfacce, contenuti o funzionalità non accessibili; dall’altro, creare condizioni eque di concorrenza per le imprese, che fino a ieri si trovavano a competere in un mercato frammentato e asimmetrico.

Al di là dei principi, infatti, l’EAA ha una portata concreta: impone regole specifiche alle imprese che operano nel mercato digitale e stabilisce standard minimi di accessibilità che non potranno più essere ignorati.

La Direttiva impone anche agli Stati membri di definire procedure di vigilanza, meccanismi sanzionatori e criteri oggettivi per valutare la conformità. In Italia, gli obblighi diventano operativi dal 28 giugno 2025, senza ulteriori proroghe: è il momento in cui le imprese dovranno dimostrare di rispettare i criteri di accessibilità previsti dalle norme armonizzate europee (attualmente, le WCAG 2.1 livello AA).

Da quella data, chi vende prodotti o offre servizi coperti dalla normativa dovrà dimostrare la conformità alle nuove regole. Ciò significa un cambio di paradigma: non è più possibile rimandare o trattare l’accessibilità come un aspetto marginale, perché riguarda la progettazione, la tecnologia, la comunicazione. E soprattutto, riguarda la responsabilità nei confronti degli utenti.

Chi rientra negli obblighi: soglie, esclusioni e responsabilità

L’ambito soggettivo di applicazione del decreto è molto preciso: la normativa riguarda le aziende private che offrono prodotti e servizi digitali al consumatore, a condizione che non rientrino nella categoria delle microimprese.

Il principio di fondo è chiaro: chi ha risorse e impatto sul mercato non può sottrarsi alla responsabilità di progettare esperienze digitali accessibili.

Nello specifico, sono obbligate le imprese che:

  • Impiegano più di 10 dipendenti.
  • Generano un fatturato annuo superiore a 2 milioni di euro.
  • Offrono servizi accessibili al pubblico o commercializzano prodotti digitali tra quelli indicati dalla legge.

Per contro, le microimprese (meno di 10 dipendenti e meno di 2 milioni di fatturato) sono esentate in modo automatico, salvo che operino in settori specifici già regolati. Le altre PMI, invece, possono invocare l’esclusione solo in presenza di un onere sproporzionato, ovvero se l’adeguamento richiesto compromette la sostenibilità economica dell’attività o modifica la natura stessa del prodotto o servizio offerto. Ma non è una scappatoia semplice: per ottenere l’esenzione (che non è automatica e può essere rigettata) serve fornire una documentazione chiara, motivata e verificabile, ed è prevista una responsabilità oggettiva in caso di false dichiarazioni.

Infine, va sottolineato che l’obbligo si applica a tutti i nuovi prodotti o servizi immessi sul mercato dal 28 giugno 2025 in poi. Non è retroattivo, ma qualsiasi aggiornamento o rilancio successivo di un servizio dovrà tenere conto delle nuove regole.

Quali prodotti e servizi digitali sono coinvolti: gli ambiti di applicazione

L’European Accessibility Act definisce con chiarezza anche gli ambiti applicativi, che coprono sia prodotti fisici che servizi online. Non si limita infatti genericamente a indicare siti web o app mobile: il suo raggio d’azione è molto più ampio e riguarda una lunga serie di prodotti e servizi con componenti digitali. I principali ambiti di applicazione sono:

  • Siti web e app mobili accessibili al pubblico.
  • Servizi di eCommerce, prenotazione online, ticketing e marketplace.
  • Terminali self-service, come ATM, biglietterie automatiche, chioschi digitali (se non integrati in mezzi di trasporto).
  • Servizi bancari al consumo, inclusi home banking e app delle banche.
  • Servizi di comunicazione elettronica, come telefonia e connettività.
  • Piattaforme di media audiovisivi, incluse TV on demand, servizi streaming e software per la fruizione.
  • Software applicativi e sistemi operativi installati su dispositivi digitali.
  • Lettori di eBook, e-reader e tecnologie per la lettura.
  • Servizi di trasporto passeggeri su lunghe distanze (es. ferrovie, trasporto marittimo, aereo e interurbano su gomma).
  • Sistemi per comunicazioni di emergenza, come il numero unico europeo 112

In tutti questi casi, il legislatore europeo chiede che l’interazione digitale sia pienamente fruibile da persone con diverse forme di disabilità, sia sensoriali che cognitive, temporanee o permanenti. Ciò comporta il rispetto di standard tecnici ma anche una revisione profonda delle logiche di progettazione.

Insomma: tutti questi elementi devono rispettare i requisiti di accessibilità previsti, in modo da garantire che ogni utente, indipendentemente dalle proprie capacità fisiche o cognitive, possa navigare, interagire, acquistare, accedere alle informazioni e utilizzare i servizi senza barriere.

Cosa significa rendere accessibile un sito web (e cosa non significa)

Quando si parla di accessibilità digitale molti pensano subito e solo a un insieme di requisiti tecnici da soddisfare: contrasti cromatici, testi alternativi, compatibilità con screen reader. È un approccio non sbagliato, ma parziale, che rischia di ridurre la questione a un adempimento formale.

In realtà, rendere accessibile un sito web significa molto di più: vuol dire progettare esperienze digitali pensate per essere utilizzabili da tutti, comprese le persone con disabilità sensoriali, motorie, cognitive o temporanee. Vuol dire rimuovere barriere, anticipare difficoltà, costruire un’interfaccia che non discrimina.

L’accessibilità non si esaurisce nel rispetto delle linee guida. È un processo continuo, che coinvolge il design, lo sviluppo, i contenuti e persino il linguaggio utilizzato. Ed è, soprattutto, una scelta culturale: quella di considerare la diversità degli utenti come valore e non come eccezione.

La differenza tra “tecnicamente accessibile” e “realmente fruibile”

Un sito può essere tecnicamente conforme alle specifiche di accessibilità e al tempo stesso risultare difficile da usare. Questo succede quando l’attenzione si concentra unicamente sugli standard minimi, senza pensare alla reale esperienza dell’utente.

Accessibilità è più di “essere leggibile da uno screen reader” o “avere un contrasto sufficiente”: significa garantire che ogni persona possa trovare, capire e usare le informazioni in modo semplice, efficace e senza frustrazione. Questo include chi naviga con la tastiera, chi ha difficoltà cognitive, chi utilizza tecnologie assistive diverse, ma anche chi si ritrova in situazioni momentanee di limitazione: una mano impegnata, una connessione lenta, uno schermo poco visibile.

In quest’ottica, l’accessibilità non è solo un insieme di regole da applicare, ma un principio progettuale. Bisogna chiedersi: quello che sto realizzando è davvero comprensibile, usabile e accessibile da chiunque? La risposta a questa domanda determina la qualità reale del lavoro svolto.

WCAG 2.1: gli standard da rispettare

Le WCAG – Web Content Accessibility Guidelines – rappresentano il riferimento tecnico principale per valutare e garantire l’accessibilità dei contenuti digitali. Sviluppate dal W3C, queste linee guida descrivono in modo dettagliato le caratteristiche che un sito o un’app devono possedere per essere considerati accessibili.

La versione attualmente utilizzata in ambito normativo europeo è la WCAG 2.1, articolata su tre livelli di conformità: A, AA e AAA.

Il livello A rappresenta il requisito base, una soglia minima di accessibilità. Il livello AA, indicato nelle norme tecniche armonizzate adottate a livello europeo e recepite dalla normativa italiana, rappresenta lo standard di riferimento per garantire una buona fruibilità anche a utenti con disabilità; include criteri più stringenti che garantiscono una buona fruibilità per la maggior parte degli utenti, comprese molte tipologie di disabilità. Il livello AAA, infine, è il più avanzato, ma anche il più difficile da raggiungere in modo completo su larga scala.

Alla base delle WCAG ci sono quattro principi fondamentali che guidano tutta l’architettura concettuale: Percepibile, Utilizzabile, Comprensibile e Robusto. Ogni criterio tecnico deriva da questi quattro assi portanti, e ogni intervento sul sito dovrebbe essere valutato in funzione di quanto riesce a rispettarli e integrarli nell’esperienza utente.

Il concetto di “accessibilità by design”

Pensare all’accessibilità solo come fase finale di controllo è uno degli errori più frequenti – e più costosi.

Introdurre requisiti di accessibilità a progetto già concluso comporta modifiche complesse, lunghe e spesso frustranti. Al contrario, l’approccio corretto è quello dell’accessibilità by design: integrare i principi di accessibilità sin dalle prime fasi di progettazione.

Così si migliora la qualità del prodotto finito e, al tempo stesso, si riducono i costi di sviluppo e manutenzione nel lungo periodo. Una struttura informativa ben progettata, un’interfaccia coerente, testi chiari e marcatura semantica corretta aiutano tutti gli utenti – e riducono al minimo gli interventi successivi.

Includere l’accessibilità nel flusso di lavoro significa anche coinvolgere le persone giuste: designer, sviluppatori, content strategist, ma anche utenti reali con esigenze specifiche, capaci di fornire feedback concreti. Il risultato è un’esperienza più inclusiva, più efficace, più performante. E, oggi più che mai, anche più conforme alle normative.

Gli obblighi e le responsabilità per le aziende italiane

L’applicazione dell’European Accessibility Act in Italia segna un passaggio normativo rilevante per tutte le imprese che operano online. Dal 28 giugno 2025 ogni prodotto o servizio digitale coperto dalla normativa dovrà essere progettato in modo da risultare accessibile agli utenti con disabilità, seguendo standard tecnici definiti e verificabili.

Per le aziende coinvolte non si tratta di un intervento una tantum, ma di un processo strutturato che riguarda l’intero ciclo di vita del servizio: progettazione, sviluppo, pubblicazione, manutenzione. Il rispetto della legge non è limitato al codice del sito, ma si estende ai contenuti, ai meccanismi di interazione, alla documentazione pubblica. Ogni elemento può diventare oggetto di verifica.

Ma il punto centrale è che la conformità deve essere dimostrabile, documentata, tracciabile. E il soggetto deputato a vigilare sul rispetto della normativa è un ente ben preciso: l’AgID, Agenzia per l’Italia Digitale.

Essere conformi all’EAA: cosa serve davvero

Adeguarsi all’European Accessibility Act significa dimostrare che il proprio sito, servizio o prodotto digitale è accessibile. Non basta effettuare modifiche tecniche; serve un processo chiaro, documentato, continuo.

Il primo passo è un audit di accessibilità: una valutazione tecnica iniziale che rilevi eventuali non conformità rispetto agli standard previsti (WCAG 2.1 livello AA). È il momento in cui si identificano i problemi, si tracciano le priorità e si definisce un piano d’azione.

Segue la fase di intervento operativo, che può riguardare il codice HTML, la gestione dei contenuti, la struttura semantica delle pagine, ma anche l’integrazione con strumenti assistivi e la compatibilità con browser e dispositivi diversi. L’obiettivo è semplice: garantire che ogni utente possa navigare, interagire e comprendere ciò che viene proposto.

Una volta implementate le modifiche, l’azienda deve redigere e pubblicare una dichiarazione di accessibilità, accessibile e aggiornata, che descriva il livello di conformità raggiunto, le eventuali limitazioni residue e i contatti per segnalazioni o richieste. Questo documento è obbligatorio per legge e deve essere facilmente reperibile dal sito o dalla piattaforma oggetto del servizio.

Infine, è necessario prevedere azioni di monitoraggio continuo: l’accessibilità non si esaurisce in un intervento isolato, ma va garantita nel tempo. Nuovi contenuti, aggiornamenti di design o modifiche tecniche possono introdurre nuove criticità, ed è compito dell’azienda evitarle con controlli periodici e una governance chiara.

Le sanzioni previste e il ruolo dell’AgID

La vigilanza sul rispetto degli obblighi di accessibilità è affidata all’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), che ha il compito di verificare la conformità e gestire eventuali segnalazioni da parte degli utenti. Le sanzioni previste in caso di mancato adeguamento non sono simboliche: si parla di ammende fino a 40.000 euro, secondo quanto stabilito dal D.Lgs. 82/2022.

Ma oltre all’impatto economico, il vero rischio è reputazionale. Le violazioni, se accertate, possono essere pubblicate direttamente sul sito dell’ente di vigilanza, restando disponibili nei motori di ricerca per mesi, se non anni. Per un’azienda che punta sulla brand reputation e sull’affidabilità, una segnalazione ufficiale per mancato rispetto dell’accessibilità può compromettere il rapporto con i clienti e la credibilità del marchio.

A questo si aggiunge il rischio commerciale: un sito non accessibile esclude automaticamente una quota significativa di utenti, che non solo abbandoneranno il servizio, ma potrebbero attivare contenziosi o segnalazioni formali. In un contesto in cui l’attenzione alla diversità e all’inclusione è un valore sempre più visibile, ignorare l’accessibilità diventa una scelta miope, con conseguenze pesanti.

Accessibilità digitale come leva strategica: vantaggi e opportunità

Guardare all’accessibilità digitale solo come a un obbligo normativo è una visione limitante. In realtà, applicare criteri di accessibilità in modo sistematico può rappresentare una leva di crescita, differenziazione e miglioramento delle performance complessive.

Progettare esperienze digitali inclusive non significa solo rispettare diritti o evitare sanzioni: significa estendere la portata dei propri servizi, migliorare la qualità dell’interazione con gli utenti, aumentare la conversione, rafforzare il posizionamento organico sui motori di ricerca. Tutto questo genera valore concreto, misurabile e duraturo.

Nel contesto attuale, dove le persone cercano brand che dimostrino coerenza, attenzione e sensibilità, l’accessibilità rappresenta un indicatore forte di qualità e affidabilità. Non è un vincolo: è un’opportunità che molte aziende stanno ancora sottovalutando.

Ampliare il pubblico e migliorare l’esperienza utente

Un sito accessibile raggiunge una platea più ampia, composta non solo da persone con disabilità certificate, ma anche da tutti quegli utenti che, per ragioni temporanee o permanenti, hanno bisogno di interfacce più chiare, testi più leggibili, navigazioni semplificate.

Pensiamo a chi naviga da mobile in condizioni di scarsa visibilità, a chi utilizza comandi vocali, a chi ha difficoltà cognitive, ma anche a chi interagisce con una sola mano o preferisce l’uso della tastiera. In tutti questi casi, l’accessibilità non è un’aggiunta, ma una condizione abilitante.

Migliorare la fruibilità significa ridurre gli attriti nell’esperienza utente, semplificare i percorsi, velocizzare le azioni. Questo si traduce in utenti più soddisfatti, meno propensi ad abbandonare e più inclini a tornare o a completare un’azione.

Effetti positivi su SEO, CRO e performance complessive

Un sito accessibile è anche meglio strutturato dal punto di vista tecnico: il codice è più ordinato, i contenuti sono marcati correttamente, la semantica è rispettata. Tutti elementi che, in modo diretto o indiretto, favoriscono l’indicizzazione e il posizionamento nei motori di ricerca.

A questo si aggiunge un impatto concreto sulle metriche di conversione. La CRO – Conversion Rate Optimization beneficia direttamente della rimozione di barriere: un modulo più chiaro, un bottone ben visibile, un’interfaccia lineare possono aumentare sensibilmente il tasso di completamento delle azioni chiave.

Anche le performance tecniche ne risentono positivamente: l’ottimizzazione per l’accessibilità comporta spesso miglioramenti nella velocità di caricamento, nella compatibilità cross-device e nella gestione delle risorse. Tutti elementi premiati dai motori di ricerca e apprezzati dagli utenti.

Un tema di reputazione, fiducia e responsabilità sociale

L’accessibilità è sempre più percepita come una questione di etica e responsabilità sociale. Le aziende che investono in soluzioni inclusive comunicano attenzione, apertura e rispetto per le diversità. È un segnale forte, che si riflette sulla percezione del brand e sul rapporto di fiducia con clienti, utenti, stakeholder.

In un mercato dove i valori aziendali contano quanto i prodotti offerti, dimostrare coerenza e impegno è una scelta strategica. Non è solo una questione d’immagine: le persone ricordano chi rende le esperienze più facili, più umane, più accessibili. E scelgono di tornare da chi le fa sentire incluse.

Integrare l’accessibilità nel proprio modello operativo significa aderire a una visione più ampia del business, in cui il successo si misura anche dalla capacità di non lasciare indietro nessuno.

Come rendere un sito web realmente accessibile: il processo

Rendere un sito web accessibile non è una correzione da applicare a valle del progetto, ma un processo strutturato che attraversa tutte le fasi di sviluppo, manutenzione e verifica. Non si tratta solo di “conformità tecnica”, ma di una vera e propria strategia operativa, che mette al centro l’esperienza dell’utente e garantisce che ogni funzione, contenuto o interazione sia fruibile anche in presenza di disabilità.

Il percorso verso l’accessibilità richiede competenze, strumenti e un approccio sistemico. Non basta un plugin o una libreria di supporto: serve un lavoro di analisi, intervento e controllo continuo, in cui design, codice e contenuti vengono allineati agli standard previsti dalle normative.

Ogni fase – dall’audit iniziale alla pubblicazione, fino al monitoraggio nel tempo – contribuisce a costruire un ambiente digitale più inclusivo, più stabile e più efficace.

Assessment, revisione e validazione

Il primo passo verso l’accessibilità è una valutazione oggettiva dello stato attuale. Questa fase, nota come assessment, serve a individuare le criticità presenti nel sito o nell’applicazione: errori di struttura, elementi non conformi, contenuti privi di alternative accessibili.

Per condurre un’analisi efficace si utilizzano strumenti specifici, in grado di esaminare il codice e simulare il comportamento di tecnologie assistive. Tra i più diffusi e affidabili ci sono WAVE, axe DevTools, Lighthouse (integrato in Chrome) e Accessibility Insights. Questi tool segnalano problemi legati al contrasto visivo, alla semantica del codice, alla navigabilità da tastiera e alla compatibilità con gli screen reader.

Una volta identificati i problemi, si passa alla revisione del codice e dei contenuti. Questa fase può richiedere l’intervento di sviluppatori, designer e copywriter, ognuno con il compito di correggere elementi specifici: pulsanti non etichettati, immagini senza descrizione, tabelle non leggibili, moduli non navigabili.

Al termine degli interventi è necessario effettuare una fase di validazione, utilizzando nuovamente gli strumenti di analisi e, se possibile, test con utenti reali. Solo in questo modo è possibile garantire che il sito non solo rispetti i requisiti tecnici, ma sia anche effettivamente utilizzabile da chi ha esigenze specifiche. La pubblicazione deve avvenire solo dopo aver verificato che ogni barriera sia stata rimossa o mitigata in modo efficace.

Principi e tecnologie: una checklist concreta

L’accessibilità digitale si costruisce anche con l’adozione di pratiche tecniche precise. Ogni pagina, funzione o contenuto deve rispettare requisiti standardizzati, definiti a livello internazionale dalle WCAG 2.1.

Tra gli aspetti più rilevanti da implementare o verificare ci sono:

  • L’utilizzo corretto del codice HTML semantico, che aiuta screen reader e tecnologie assistive a interpretare la struttura della pagina.
  • L’adozione di etichette ARIA, indispensabili per rendere accessibili componenti dinamiche come menù espandibili, slider o modali.
  • La presenza di testi alternativi per tutte le immagini e i contenuti visivi non decorativi.
  • Un contrasto cromatico sufficiente tra testo e sfondo, per garantire la leggibilità anche a persone con ipovisione o daltonismo.
  • La piena navigabilità da tastiera, che consente agli utenti di accedere a ogni elemento della pagina senza usare il mouse.
  • La compatibilità con gli screen reader, attraverso una struttura coerente, etichette corrette e un ordine logico degli elementi.
  • La disponibilità di sottotitoli, trascrizioni e alternative testuali per contenuti audio e video.

Questa non è una lista esaustiva, ma rappresenta un punto di partenza concreto per qualsiasi intervento tecnico. Integrare questi elementi significa rendere il sito non solo conforme, ma anche più robusto, più chiaro e più efficace per tutti gli utenti.

“Accessibilità non è un limite, è un moltiplicatore”: l’intervista a Antonino Polimeni:

Tra i professionisti che meglio sanno spiegare cosa significa davvero accessibilità digitale c’è senza dubbio Antonino Polimeni, avvocato e fondatore dello studio Polimeni.legal, realtà di riferimento in Italia per il diritto applicato all’innovazione e alle tecnologie digitali. Da anni si occupa di privacy, cybersecurity, digital compliance e, appunto, accessibilità, con un approccio rigoroso ma sempre attento alla concretezza operativa.

Webinar
Accessibilità digitale: ci sei davvero?
Antonino Polimeni spiega il quadro normativo e gli step per rendere accessibile un sito o servizio digitale

Abbiamo avuto il piacere di ospitarlo come speaker in un webinar formativo organizzato da SEOZoom Academy, durante il quale ha offerto una panoramica completa sull’impatto dell’European Accessibility Act e sulle implicazioni per le aziende italiane. A margine dell’incontro gli abbiamo chiesto di approfondire ulteriormente i punti più rilevanti, chiarendo aspetti normativi e strategici legati al tema.

L'intervista ad Antonino Polimeni su EAA e accessibilità

Ne è nata un’intervista ricca di spunti, che raccoglie domande frequenti e riflessioni utili per chi vuole comprendere – davvero – cosa vuol dire essere accessibili oggi.

  1. Potresti approfondire i quattro principi chiave delle linee guida WCAG: Percepibile, Utilizzabile, Comprensibile e Robusto?

Le linee guida WCAG 2.1 si reggono su quattro pilastri che costituiscono l’ossatura di un web realmente accessibile. Non sono tecnicismi ma veri e propri “principi” e ognuno ha un nome preciso.

Il primo è percepibile. Se un’informazione non si percepisce, è come se non esistesse. Testi alternativi alle immagini per chi non vede. Sottotitoli e trascrizioni per chi non sente. Contrasti cromatici adeguati per chi ha difficoltà visive. Progettare in questo modo significa garantire che i contenuti parlino a tutti, anche senza voce o colore. Il secondo è utilizzabile. Un sito che richiede l’uso esclusivo del mouse è un ostacolo. Chi naviga da tastiera, chi usa comandi vocali o screen reader ha il diritto di accedere, interagire, compilare un modulo, premere un pulsante. L’accessibilità è progettazione intelligente. Il terzo è comprensibile. Se un utente deve rileggere una frase tre volte o si perde in un’interfaccia confusa, qualcosa non funziona. Linguaggio semplice, comandi coerenti, messaggi di errore chiari. Vale per chi ha dislessia, per chi non parla bene la lingua, per chi è stanco. Cioè, per tutti noi, in certi momenti. Il quarto è robusto. Un sito deve funzionare oggi e deve funzionare domani. Su uno smartphone vecchio o su un lettore vocale di nuova generazione. Serve solidità. Codice pulito, semantico, testato.

  1. In che modo le attuali normative in Europa e in Italia, come l’European Accessibility Act e la Legge Stanca, influenzano le aziende rispetto all’accessibilità web?

In termini di accessibilità digitale, innanzitutto c’è la Legge Stanca che è stata modificata nel 2018 a seguito del recepimento da parte dell’Italia nella Direttiva UE 2102/2016 e che riguarda esclusivamente le PP.AA. e le aziende private che offrono servizi al pubblico tramite siti o app con fatturato medio negli ultimi 3 anni di attività superiore a 500 milioni di euro. Quindi le grandissime aziende italiane.

Poi con la Direttiva UE 882/2019 (c.d. European Accessibility Act), recepita in Italia con il D.Lgs. 82/2022, gli obblighi in termini di accessibilità sono stati estesi anche alle PMI in relazione a prodotti (tra cui sistemi hardware, terminarli self-service di pagamento ed e-reader) e servizi (tra cui eCommerce e servizi bancari per consumatori). Questi adempimenti (in particolare per i servizi) dovranno essere espletati entro il 28 giugno 2025 non solo rendendo effettivamente accessibile il prodotto/servizio ma anche pubblicando una dichiarazione di accessibilità.

  1. Quali sono i benefici economici per le aziende che investono nel rendere i loro siti web accessibili?

C’è un equivoco di fondo che ancora oggi frena molte aziende: l’idea che un sito accessibile debba essere brutto. Una grafica spoglia, priva di stile, tutta testo e senza anima.

Non è così. Accessibile non vuol dire povero. Vuol dire pensato bene.

Rendere accessibile un sito o un’applicazione è un investimento strategico. Non solo in termini di compliance, ma soprattutto di opportunità di mercato, user experience e reputazione.

Le aziende che investono in accessibilità ampliano il loro pubblico. Non si parla soltanto di persone con disabilità – che in Italia sono milioni, pensate che solo gli ipovedenti sono 8 milioni – ma anche di utenti esperti che usano la tastiera per navigare più velocemente, di chi ha una tazza di caffè in una mano e uno smartphone nell’altra, di chi è in auto e interagisce con i comandi vocali, di chi ha un occhio stanco a fine giornata e ha bisogno di un’interfaccia più chiara e leggibile.

L’accessibilità migliora l’esperienza utente per tutti. Interazioni più fluide, percorsi chiari, tempi di caricamento ridotti, meno frustrazione. Tutto questo si traduce in una maggiore soddisfazione, in utenti che restano più a lungo, tornano più spesso e completano più azioni.

E qui entra in gioco anche la CRO. Rendere accessibile un sito significa anche migliorare la sua capacità di convertire. Un modulo compilabile da tastiera, un contrasto che rende visibile un bottone, un testo chiaro che guida l’utente verso l’azione. Ogni barriera rimossa è una possibilità in più per l’utente di completare un acquisto o una registrazione.

C’è poi un effetto SEO diretto: un sito accessibile è semanticamente più strutturato, più veloce, più ordinato. Questo piace ai motori di ricerca e chissà se, presto, non ci sia un algoritmo di Google dedicato proprio all’accessibilità.

E poi c’è anche un tema reputazionale. Le persone si fidano di più delle aziende che dimostrano attenzione vera verso inclusione e diversità.

Mi piace dire, con convinzione che l’accessibilità non è un limite. È un moltiplicatore.

  1. Come contribuisce il miglioramento dell’accessibilità web all’inclusione sociale e alla responsabilità sociale d’impresa?

Quando si parla di “disabilità” non si intendono esclusivamente disabilità fisiche o sensoriali ma anche disabilità cognitive e psichiche. Ma non solo: l’accessibilità aiuta anche le persone anziane, chi ha una connessione lenta o utilizza tecnologie obsolete. È quindi un’azione profondamente inclusiva, che promuove il principio di pari opportunità e rafforza la coesione sociale.

Pertanto, l’implementazione degli aspetti relativi all’accessibilità è innanzitutto una questione di etica, necessaria al fine di concretizzare la responsabilità sociale di un’impresa.

  1. Quali sono le principali implementazioni tecnologiche richieste affinché un sito web soddisfi gli standard di accessibilità più elevati?

Affinché un sito/ecommerce sia accessibile, è necessario che rispetti una serie di criteri previsti dalle Linee guida sull’accessibilità dei contenuti web (per la precisione WCAG nello standard 2.1, livello AA). Questi criteri riguardano vari aspetti e tra le implementazioni più importanti troviamo:

  • uso corretto del codice HTML e delle etichette ARIA per la semantica;
  • testi alternativi per immagini e contenuti visivi;
  • sufficiente contrasto cromatico tra testo e sfondo;
  • supporto alla navigazione da tastiera;
  • compatibilità con screen reader;
  • inserimento di sottotitoli e trascrizioni per contenuti multimediali;
  • verifiche regolari con strumenti di test (ad esempio WAVE, axe, Lighthouse).

 

  1. Quali sono i rischi di non conformità agli standard di accessibilità web per le aziende?

I rischi legati all’assenza di accessibilità possono fare molto male.

Partiamo da quelli più immediati: le sanzioni. In Italia, il D.Lgs. 82/2022 prevede sanzioni amministrative fino a 40.000 euro per chi non rispetta i requisiti normativi. E la Legge Stanca, ancora in vigore, può portare a sanzioni fino al 5% del fatturato aziendale.

Ma c’è di più.

Un rischio spesso sottovalutato, eppure devastante, è il danno reputazionale. Basta che un provvedimento sanzionatorio venga pubblicato sul sito dell’autorità. Quel documento resta online, consultabile da chiunque. È indicizzato dai motori di ricerca. Appare nei risultati quando si cerca il nome dell’azienda.

E il messaggio che trasmette è chiaro: questa realtà ha ignorato il diritto all’accessibilità. Ha “escluso”.

In un’epoca in cui i valori contano quanto i prodotti, questo può pesare molto di più della sanzione economica.

Inoltre, la mancata conformità significa anche perdere clienti. Un sito non accessibile resta inaccessibile a milioni di persone. Chi si sente escluso difficilmente torna. E anche gli utenti senza disabilità iniziano a notare certe barriere.

Non investire in accessibilità compromette la compliance, danneggia la reputazione, riduce la base clienti. È una scelta miope, destinata a costare cara.

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