AGGIORNAMENTO DEL 24 GIUGNO 2021

Un tweet dell’account @searchliaison ci informa che Google ha già rilasciato il promesso algoritmo antispam: il rollout di questo update è iniziato e si è concluso nella notte italiana del 24 giugno, ma ci sarà una ulteriore implementazione la prossima settimana, sempre nelle stesse modalità (e quindi senza il rollout lento dei classici core update, che richiedono settimane per la completa esecuzione).

Danny Sullivan non ha fornito ulteriori dettagli, se non che si tratta di un intervento che rientra “nel regolare lavoro per migliorare i risultati di ricerca” di Google e per combattere lo spam. Valgono quindi tutte le informazioni riportate nell’articolo qui sotto, originariamente pubblicato il 14 giugno 2021.

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La Ricerca “non è mai un problema risolto e ci sono sempre nuove sfide che dobbiamo affrontare mentre il web e il mondo cambiano”: parole di Pandu Nayak, Google Fellow e Vice President di Search, che riaccende i riflettori su un tema molto delicato, quello di molestie e diffamazioni che trovano visibilità online anche attraverso i risultati di Google. Per questo, il motore di ricerca ha deciso di utilizzare il pugno duro, utilizzando gli algoritmi non più solo per rimuovere tali contenuti e penalizzare i siti predatori che tentano di sfruttare economicamente la situazione, ma per tutelare con maggior decisione gli utenti.

Lotta ai contenuti dannosi per la reputazione delle persone

L’intervento di Nayak, pubblicato sul blog ufficiale della compagnia, arriva in seguito a una serie di articoli del New York Times sul fenomeno “online slender”, che possiamo tradurre come “calunnie online”, che hanno messo in luce una grave criticità nel sistema di gestione dei casi di molestie, diffamazione e attacchi alla reputazione di persone (note o meno) su siti che si posizionano sul motore di ricerca.

Comprendendo la gravità del problema, Google sta pianificando di cambiare il suo algoritmo per individuare meglio e punire i siti Web che pubblicano affermazioni non verificate o calunniose su altre persone, costruendo delle vere e proprie attività che sfruttano le vittime di questa situazione.

L’autorevole quotidiano ha descritto il funzionamento di questo meccanismo, il “circolo vizioso” che va avanti ormai da anni: i siti web lanciano “clamorose denunce non verificate su presunti imbroglioni, predatori sessuali, fannulloni e truffatori”; le persone calunniano i loro nemici; i post anonimi appaiono in alto nei risultati di Google per i nomi delle vittime; quindi, i siti web che hanno dato il via al processo chiedono alle vittime “migliaia di dollari per rimuovere i post”.

L’impegno di Google contro questi casi di molestie

Nayak ricorda innanzitutto il lavoro compiuto da Google “negli ultimi due decenni di sviluppo della Ricerca”, indirizzato a “migliorare e perfezionare la nostra capacità di fornire risultati della massima qualità per i miliardi di query che vediamo ogni giorno”, continuando ad aggiornare costantemente il sistema per farlo funzionare meglio per gli utenti.

In particolare, una delle aree di questo impegno è stata il tentativo di “bilanciare l’ottimizzazione dell’accesso alle informazioni con la responsabilità di proteggere le persone dalle molestie online”.

Anche se i sistemi di classificazione di Google sono progettati “per far emergere risultati di alta qualità per il maggior numero possibile di query”, infatti, alcuni tipi di query sono “più suscettibili ai cattivi attori e richiedono soluzioni specializzate”. Un esempio sono i siti Web che utilizzano pratiche di rimozione di sfruttamento, come quelle descritte dal NYT, e che richiedono un pagamento per rimuovere i contenuti: dal 2018, Google ha fissato “una policy che consente alle persone di richiedere la rimozione di pagine con informazioni su di loro dai nostri risultati”.

Il primo effetto di questa azione è la rimozione di queste pagine dalla presenza in Ricerca Google, ma l’algoritmo utilizza tale indicazione come segnale di retrocessione dell’intero sito nella Ricerca, in modo che i siti che si rendono colpevoli di pratiche di sfruttamento si posizionino più in basso nei risultati. Si tratta, secondo Nayak, di una “soluzione leader del settore, efficace nell’aiutare le persone vittime di molestie da questi siti”.

L’algoritmo di Google contro i siti predatori

Tuttavia, questo intervento non basta a risolvere il problema, come evidenziato dagli articoli del NY Times: anche se posizionati più in basso, questi siti slander-peddling (che spacciano la diffamazione) continuano spesso a comparire nella Ricerca, e quindi le persone ingiustamente accusate di essere tossicodipendenti o pedofili vedono ancora danneggiata la propria reputazione e sono spesso costrette a cedere al “ricatto” per la rimozione di tali contenuti.

Inoltre, il quotidiano ha portato alla luce anche problemi con molestie ripetute, che continuavano dopo la rimozione del contenuto come richiesto.

Ammettendo che Google non sapeva di tali situazioni, Nayak ha comunque annunciato che la compagnia è al lavoro per superare “alcuni limiti del nostro approccio”, implementando correzioni per proteggere ulteriormente le “vittime note”.

La tutela delle vittime note

Ora, spiega il VP di Search, “quando qualcuno ha richiesto una rimozione da un sito con pratiche predatorie, applicheremo automaticamente le protezioni del ranking per evitare che i contenuti di altri siti simili di bassa qualità vengano visualizzati nei risultati di ricerca per i nomi delle persone”, e inoltre “stiamo anche cercando di espandere ulteriormente queste protezioni, come parte del nostro lavoro in corso in questo spazio”.

Si tratta di un approccio ispirato a quello già adottato con le vittime di contenuti espliciti non consensuali, comunemente noti come revenge porn. Sebbene nessuna soluzione sia perfetta, dice ancora Nayak, “le nostre valutazioni mostrano che questi cambiamenti migliorano significativamente la qualità dei nostri risultati”.

In particolare, il sistema renderà più difficile per i siti “ottenere trazione su Google attraverso uno dei loro metodi preferiti: copiare e ripubblicare contenuti diffamatori da altri siti”, analizza il New York Times, che sintetizza: “L’azienda prevede di cambiare il suo algoritmo di ricerca per impedire ai siti web, che operano sotto domini come BadGirlReport.date e PredatorsAlert.us, di apparire nella lista dei risultati quando qualcuno cerca il nome di una persona”.

Gli effetti del nuovo approccio

Google ha già iniziato a testare i cambiamenti, e il confronto side-by-side dei nuovi e vecchi risultati di ricerca rivela che gli effetti sono visibili.

L’esperto Chris Silver Smith, che ha lavorato per anni nel settore della gestione della reputazione, ha condiviso esempi di siti come Ripoff Report, Pissed Consumer e Complaints Board che hanno meno visibilità in Ricerca Google.

E lo stesso Times aveva “precedentemente compilato una lista di 47.000 persone che sono state citate sui siti di diffamazione: in una ricerca di una manciata di persone i cui risultati erano precedentemente disseminati di post diffamatori, i cambiamenti apportati da Google erano già rilevabili”, prosegue l’articolo del quotidiano statunitense. In particolare, per alcuni “i post erano scomparsi dalla loro prima pagina di risultati e dai loro risultati di immagine”, mentre per altri “i post erano per lo più scomparsi – tranne uno da un nuovo sito di diffamazione, CheaterArchives.com”.

Questo sito “può dimostrare i limiti delle nuove protezioni di Google: essendo abbastanza nuovo, è improbabile che abbia generato reclami da parte delle vittime”, e inoltre “non pubblicizza esplicitamente la rimozione dei post come un servizio, rendendo potenzialmente più difficile per le vittime farlo rimuovere dai loro risultati”.

Un cambio algoritmico che non spaventa

Questa volta, quindi, Google non annuncia un cambio algoritmico che spaventa in termini di ranking, perché colpisce solo siti dannosi e pericolosi, che pubblicano contenuti diffamatori a solo scopo di sfruttamento a fini economici; sarà anzi un importante aiuto per chi opera nella gestione della reputazione online, perché supporteranno il lavoro con clienti alle prese con problemi di web reputation nella Ricerca Google.

Le nuove e più solide misure di sicurezza impediranno l’emergere di contenuti dannosi per la reputazione per i nomi delle persone e sono ispirate a un approccio generale e sistemico (senza quindi affrontare il problema caso per caso, quando vengono visualizzati nuovi siti); come dice Nayak, “non aggiustiamo singole query, poiché spesso sono un sintomo di una classe di problemi che interessano molte query diverse”, ma una classe specifica di query, quelle relative ai nomi.

Ciò significa che dovremmo vedere meno siti Web predatori o sfruttatori emergere nei risultati della Ricerca Google per le query sui nomi. Come per qualsiasi altro ambito della Ricerca, come lo spam, è comunque facile prevedere che alcuni siti cercheranno metodi per aggirare gli algoritmi, spingendo Google a lavorare a soluzioni alternative con algoritmi di ricerca preventiva nuovi e migliorati.

Questa consapevolezza non spaventa il colosso americano che, come conclude Nayak, continuerà ad applicare lo stesso approccio delle origini: prendere “esempi di query in cui non stiamo facendo il miglior lavoro nel fornire risultati di alta qualità e cercare modi per apportare miglioramenti ai nostri algoritmi”. Questa capacità di affrontare i problemi “continua a guidare il settore e abbiamo implementato tecnologia avanzata, strumenti e segnali di qualità negli ultimi due decenni, facendo funzionare la ricerca ogni giorno meglio” grazie anche ai feedback (comprese le critiche dei giornali).