I nuovi KPI del brand: oltre la SEO, dentro l’algoritmo

C’è una temperatura che inizia a salire e non misura il clima, ma la febbre attorno a tre parole: brand, autorevolezza e SEO.

Quella SEO che non si accontenta più di stare dentro le pagine, ma si insinua dove una volta nessuno voleva guardare: nei social, nei video, nelle chiacchiere da creator.

Google oggi ha finalmente tutto

L’ha detto Ivano Di Biasi, sul palco del SEOZoom Day 2025, aprendo il suo speech con una provocazione intelligente:

Chi mi conosce si starà facendo una domanda in questo momento: che ci fa Ivano sul palco con la scritta SOCIAL dietro?

E infatti, chi ha seguito il suo lavoro negli ultimi anni sa quanto Di Biasi abbia sempre lavorato sulla parte più tecnica e algoritmica della SEO, ma oggi anche lui ammette: il contesto è cambiato e per restare in piedi serve guardare oltre.

Siamo stati abituati a un mondo in cui l’autorevolezza si dimostrava con i link, con l’ottimizzazione tecnica, con una bella struttura in H1-H2 e un paio di keyword ben piazzate, ma ci dispiace per i nostalgici: il futuro dell’autorevolezza online non sarà così gentile.

Ad oggi il percorso dell’utente è frammentato, multicanale e difficile da inquadrare con una sola metrica. Quelle classiche sono ancora utili, ma non più sufficienti.

Serve capire cosa sta succedendo intorno al brand: quante persone lo cercano per nome, chi lo nomina, quanto viene associato a contenuti rilevanti e dove entra in gioco nella conversazione digitale.

SEOZoom Day - intervento Ivano

 

Dal 1998 al 2024: il lungo cammino verso la misurazione dell’identità

Per capire dove siamo oggi, Di Biasi ci porta in un viaggio lungo oltre 25 anni.

Parte da Menlo Park, 1998, quando Larry Page e Sergey Brin inventano un algoritmo che non cerca solo testi, ma siti autorevoli.
All’epoca l’unico modo che avevano per misurare l’autorevolezza erano i backlink. “Hanno creato loro il sistema malato dei backlink”, dice Di Biasi con l’ironia di chi l’ha visto nascere e crescere.

Poi qualcosa cambia.
Google inizia a raccogliere dati, ad associare entità, a censire tutto.

Ed è qui che nasce un problema enorme: Google sapeva chi sei, ma non quanto conti davvero. Non riusciva a capire se un brand era importante per le persone, se era cercato, se era raccontato, se era vivo.

La parte debole dell’algoritmo di Google era proprio quella sociale. Doveva provare a capirlo dalle pagine web, ma non bastava. Era tutto un accrocchio.

Il vero spartiacque arriva nel 2024.
Google installa finalmente la parabola e riesce a sentire qualsiasi segnale da qualsiasi luogo.

Significa che i social non sono più una parte esterna del web, ma entrano ufficialmente nell’indice di Google.
Vengono scansionati, indicizzati, posizionati e occupano fino al 40% di una SERP, a seconda della keyword.

Le ricerche da brand sono uno dei KPI più importanti

Poche cose parlano del tuo brand meglio del brand stesso e una delle metriche più sottovalutate è proprio il volume di ricerche legate al nome della tua attività.

Se le ricerche sul tuo brand crescono anno dopo anno, significa che stai facendo bene. Se calano, qualcosa si è rotto. E Google lo sa.

Le keyword branded diventano, ad oggi, un segnale inequivocabile dell’autorevolezza reale e sono uno degli esempi più puri di intento navigazionale: l’utente sa benissimo cosa cerca, conosce già il brand e vuole raggiungere una destinazione precisa.

Il valore SEO di queste keyword è altissimo: non solo attirano utenti a un passo dalla conversione, ma aiutano anche a presidiare la SERP con risultati controllati.

Ma attenzione: non basta monitorare. Serve ottimizzare. La homepage menziona il tuo brand nel title, nell’H1, nel corpo del testo? Hai curato recensioni, profili social, sezioni FAQ? Se le tue pagine social superano il sito in SERP, non è un errore: è un segnale. Google ancora non si fida del tuo dominio.

Dietro ogni brand keyword c’è una relazione in atto e  il tuo compito è semplice: potenziarla. Ecco come:

  1. Mappa tutte le branded keyword
    Costruisci un inventario completo, andando oltre il nome ufficiale. Intercetta varianti, abbreviazioni, errori comuni, query tipo “assistenza + brand”. Puoi usare SEOZoom, nell’area Keyword Research.
  2. Classifica le query
    Suddividi le parole chiave in tre categorie operative:
  • Pre-acquisto: utenti in fase decisionale.
  • Post-acquisto: assistenza, gestione, rinnovi.
  • Query laterali: vecchi servizi, menzioni non controllate.
  1. Decidi dove intervenire
    Dai priorità alle query che portano valore:
  • Le pre-acquisto vanno potenziate con contenuti mirati.
  • Le post-acquisto migliorano l’esperienza e la fidelizzazione.
  • Le query laterali vanno monitorate: presidiare o ignorare?

La vera autorevolezza si misura qui, tra le righe della SERP. È lì che scopri se il tuo brand scalda davvero l’interesse degli utenti. O se è solo un nome in mezzo ad altri.

Branding

Fuori dal sito, nessuna pietà

Se pensi che lavorare sul brand significhi solo curare il sito o le keyword, sei fuori strada. Oggi l’autorevolezza si costruisce anche fuori dal sito: tra un carosello su Instagram, una conversazione su LinkedIn, un video su TikTok.

I contenuti social vengono scansionati, indicizzati e posizionati su Google. Ottengono traffico. E danno prova reale dell’engagement intorno a un brand.

Lo ha detto Ivano Di Biasi, ma lo confermano anche i dati.
Autenticità, engagement, continuità: sono questi i segnali che Google intercetta quando ti guarda fuori dal tuo sito. Il fatto che un contenuto social appaia in SERP non è una novità. Ma oggi la novità è che quelle metriche social contribuiscono a misurare il valore percepito del tuo brand.

Essere multicanali non è più un’opzione. È la condizione minima per risultare rintracciabili ovunque Google cerchi. Ogni touchpoint è un’occasione per rispondere meglio a una query e spesso, quella risposta, è proprio un contenuto social.

Ecco perché oggi conta anche come parli. Google, e i motori AI, premiano contenuti chiari, specifici e ben contestualizzati. Un reel su “come si usa il prodotto X” può rispondere meglio di mille parole. Una gallery su “idee per un outfit estivo” può occupare il primo spazio visivo della SERP. Non importa dove pubblichi: se rispondi bene, Google ti promuove.

Se qualcuno cerca “outfit matrimonio estate 2025”, Google sa già che non vuole un articolo tecnico. Vuole immagini, palette colori, trend. Sa cosa cercare. Ma tocca a te e al tuo brand essere trovabile con la risposta giusta, nel formato giusto e nel canale giusto.

E se ora ti stai chiedendo: come si misura tutto questo?

Ivano ha anticipato la risposta con uno “spoiler” che ha fatto brillare gli occhi a molti in sala: la nuova versione di SEOZoom integra una sezione completamente dedicata ai social. Un punto di svolta. Perché non si limita a monitorare il traffico o il posizionamento organico dei siti: incrocia dati SEO con metriche social, monitora l’engagement dei post, il rendimento dei profili, il traffico che arriva da Google ai contenuti pubblicati sulle piattaforme.

In pratica, aiuta a misurare la nuova autorevolezza, quella che si costruisce nella mente degli utenti prima ancora che sulle pagine web. Con i nuovi strumenti sarai in grado di rispondete attentamente alle richieste degli utenti, perché SEOZoom è in grado di dirti se, per il tuo specifico obiettivo di strategia, funziona meglio un carosello piuttosto che un reel o se le caption più apprezzate sono quelle lunghe o corte.

Essere in grado di regolare la temperatura del proprio brand non è un gioco da ragazzi: a volte rischi di scottarti avvicinandoti troppo a “trend” che non conosci o di restare ibernato nel polo sud del “meglio non esporsi”.

Attraverso lo strumento “tendenze social” ad esempio puoi scoprire quali sono gli argomenti più chiacchierati del momento del tuo settore e sfruttarli per poter dare opinioni e creare contenuti che rispondono alle domande degli utenti.

Se la SEO cambia, anche gli strumenti lo fanno
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Lavoriamo oggi per una SEO che non si accontenta più di ottimizzare. Ora osserva, ascolta e prende decisioni più intelligenti. E per farlo servono strumenti nuovi, capaci di guardare dappertutto.
È qui che nasce la Search Everywhere Optimization.

La febbre del brand come quella del sabato sera

Quindi in conclusione bisogna attuare un processo di rimozione:

Ci sono cose che non sono SEO, ma fanno la SEO: contenuti, link, ma anche sentiment, conversazioni, branded search, segnali sociali.

Oggi non basta più ottimizzare il titolo. Serve che le persone parlino di te. Che interagiscano con te. Che Google capisca che esisti davvero.

È il termometro dell’autorevolezza che sale quando il brand scalda il pubblico, non solo l’algoritmo.

E quindi, la domanda diventa:
quanto è alta oggi la temperatura del tuo brand?

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