Un’analisi condotta dalla Haas School of Business insieme a ricercatori di Stanford e Harvard, pubblicata dal Wall Street Journal, mostra un divario costante nell’uso dell’AI generativa: le donne la utilizzano circa il 20% in meno rispetto agli uomini, a prescindere da area geografica, settore o ruolo professionale.
Il dato si basa su 18 studi e oltre 140.000 partecipanti in tutto il mondo e trova conferma anche nei dati di traffico di piattaforme come ChatGPT, Claude e Perplexity. A livello globale, solo il 42% degli utenti di ChatGPT è donna; la quota scende al 31% per Claude.
Le cause sono diverse e spesso intrecciate. Da un lato la minore presenza femminile in settori STEM e tech, dall’altro una maggiore diffidenza verso l’AI per motivi di privacy, bias e percezione etica (molte donne considerano l’uso dell’AI negli studi o nel lavoro come “una scorciatoia” o addirittura “un imbroglio”). A ciò si aggiunge una scarsa familiarità con gli strumenti e la convinzione di non avere sufficiente competenza per sfruttarli al meglio.
Gli studiosi avvertono che questo divario rischia di autoalimentarsi: se le donne restano sotto-rappresentate, i dataset su cui si addestrano i modelli rifletteranno soprattutto preferenze e comportamenti maschili, amplificando gli squilibri.
La buona notizia è che i gap tecnologici non sono nuovi: in passato PC e smartphone hanno visto una diffusione più lenta tra le donne, salvo poi diventare strumenti di uso quotidiano. La stessa traiettoria potrebbe ripetersi con l’AI, man mano che gli strumenti diventano più intuitivi e legati alla vita pratica.
Per colmare il divario, gli autori invocano interventi mirati: formazione, maggiore inclusività nello sviluppo delle piattaforme e consapevolezza del rischio che l’AI diventi un acceleratore di disuguaglianze invece che un motore di opportunità.