L’intelligenza artificiale potrebbe innescare una “grande inversione” nel mercato del lavoro, ribaltando una tendenza storica durata quasi due secoli. Se finora l’innovazione tecnologica ha costantemente favorito i lavoratori più istruiti (“colletti bianchi”) e l’occupazione femminile, sostituendo prevalentemente mansioni manuali, l’AI sembra destinata a colpire proprio le competenze cognitive, spostando la domanda verso lavori a minor qualifica e a maggioranza maschile. È la conclusione principale di un nuovo working paper del National Bureau of Economic Research (NBER), firmato da economisti della Northwestern University e dell’MIT.
Utilizzando modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) per analizzare milioni di brevetti statunitensi e descrizioni di mansioni lavorative dal 1850 a oggi, i ricercatori hanno ricostruito l’impatto delle diverse ondate tecnologiche. L’analisi storica conferma che, dalla meccanizzazione all’informatica, la tecnologia ha sistematicamente sostituito compiti manuali, accrescendo la domanda di competenze cognitive e premiando i lavoratori con istruzione superiore (il cosiddetto skill-biased technological change) . Questo processo ha anche favorito l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, concentrate in ruoli impiegatizi e nei servizi.
L’intelligenza artificiale, però, cambia le regole del gioco. Per la prima volta, l’automazione colpisce su larga scala proprio le mansioni cognitive non routinarie, come la stesura di report, l’analisi di dati o la scrittura di codice base, compiti finora al riparo. La simulazione condotta dai ricercatori NBER prevede, di conseguenza, un calo della domanda relativa per le occupazioni ad alta istruzione e salario, come manager (-0,59% annuo rispetto alle professioni medie), professionisti e tecnici (-0,85%).
Al contrario, il modello stima una crescita della domanda per lavori a bassa qualifica e salario, spesso legati a servizi manuali (costruzioni, trasporti) o a mansioni interpersonali non facilmente automatizzabili. Anche sul fronte del genere, le previsioni indicano un’inversione: la domanda per occupazioni a più alta intensità femminile è prevista in calo (-0,53% annuo) rispetto a quelle a prevalenza maschile, rischiando di allargare nuovamente il gender gap.
Lo studio suggerisce che le competenze che potrebbero resistere meglio all’impatto dell’AI sono le “social skills” – negoziazione, gestione di team, assistenza clienti, leadership – che storicamente non mostrano legami sistematici con i cambiamenti occupazionali indotti dalla tecnologia . Emerge anche un divario generazionale: i lavoratori più giovani sembrano più abili nell’adattarsi e sfruttare la riallocazione delle mansioni, mentre quelli più anziani rischiano un’obsolescenza più rapida delle competenze.