Le azioni manuali per site reputation abuse non incidono più sul posizionamento delle pagine nelle ricerche effettuate nell’Area economica europea (SEE). Dopo le contestazioni e l’indagine avviata dalla Commissione UE, Google ha deciso di cambiare l’applicazione delle norme contro la pratica conosciuta anche come parasite SEO e, per la prima volta, la stessa violazione può produrre effetti diversi in SERP in base al luogo da cui parte la ricerca.
Ovvero: una pagina colpita può mantenere le proprie posizioni per un utente italiano e subire invece una retrocessione per chi cerca dalla Svizzera o dal Regno Unito, che sono fuori dall’Area economica europea. Non è la sede del sito a determinare l’applicazione della misura, perché Google distingue i risultati in base alla posizione dell’utente. La segnalazione continua comunque a comparire in Search Console e resta possibile chiedere una riconsiderazione.
Il site reputation abuse consiste nella pubblicazione di contenuti di terzi su un sito soprattutto per sfruttare i segnali di posizionamento che quel dominio ha già costruito. È il meccanismo alla base del parasite SEO: una pagina viene ospitata su un dominio autorevole per ottenere più forza di quanta riuscirebbe a svilupparne da sola. La semplice presenza di contenuti esterni non basta a violare la regola; Google interviene quando la scelta del sito ospite serve principalmente a sfruttarne la reputazione acquisita.
La Commissione europea contesta proprio il modo in cui questa regola viene applicata agli editori. L’indagine aperta nel novembre 2025 deve stabilire se le retrocessioni decise da Google rispettino le condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie previste dal Digital Markets Act. Bruxelles osserva che collaborare con partner commerciali è una forma comune e legittima di monetizzazione e vuole capire se la regola finisca per limitare attività editoriali lecite.
Google difende invece il principio alla base della misura. Nel post ufficiale collega esplicitamente la modifica al confronto con la Commissione, ma ribadisce che il parasite SEO peggiora la qualità dei risultati e avverte che un’applicazione troppo ampia del Digital Markets Act potrebbe limitarne la capacità di contrastare manipolazioni della ricerca.
Con la sua mossa, Google prova a togliere vantaggio alle sezioni considerate abusive: al di fuori dell’Area economica europea, l’azione manuale continua a intervenire direttamente sulle pagine coinvolte. All’interno dell’area, Google può invece classificare quella parte del sito separatamente dal dominio principale e farla competere in base alla propria qualità e rilevanza.
Normalmente Google parte dal presupposto che una pagina condivida la qualità complessiva del dominio che la ospita. La separazione rompe questa associazione: una sezione dedicata ai casinò pubblicata su un grande sito editoriale, per usare l’esempio riportato nella documentazione, può essere valutata insieme agli altri contenuti sul gioco anziché beneficiare della reputazione costruita dal dominio sulle proprie attività principali.
Il passaggio non è comunque automatico: le sezioni già colpite in passato non subiranno più retrocessioni manuali nelle ricerche europee e che quella precedente violazione non verrà usata come segnale per determinarne il posizionamento. Quelle pagine possono quindi recuperare terreno, ma il recupero non equivale necessariamente al ritorno della forza ereditata dal dominio ospite: una sezione classificata separatamente dovrà conquistare posizioni sulla base dei propri meriti.
Una notifica in Search Console può così convivere con posizioni stabili o in recupero nell’Area economica europea, mentre la stessa pagina continua a subire l’azione manuale negli altri mercati. E se Google separa la sezione dal resto del sito, il posizionamento può cambiare ancora per un motivo diverso dalla sanzione: quelle pagine stanno iniziando a competere con la forza che riescono a costruire da sole.
Fonte: Google Search Central