Buon compleanno Google: la festa con tutti gli ex fallimenti

Google spegne le candeline e noi vogliamo festeggiarlo in modo diverso. Non con la solita carrellata di successi da manuale, il motore di ricerca che ha rivoluzionato la nostra vita, Gmail che ha seppellito le vecchie caselle email, Maps che ha mandato in pensione le cartine stradali, ma con uno sguardo più umano, più imperfetto e per questo forse anche più affascinante. Tra social network mai decollati, occhiali futuristici diventati meme e piattaforme di gaming rimaste deserte, Google ha costruito il suo impero anche a colpi di inciampi e cadute spettacolari.

Le origini

Il 15 settembre 1997, Larry Page e Sergey Brin, due studenti dell’Università di Stanford, registrarono il dominio google.com con un’idea rivoluzionaria: creare un motore di ricerca capace di ordinare i risultati in base al numero di volte che un link veniva menzionato in altre pagine web.

Questa idea nasceva dalla necessità di gestire e organizzare l’immensa e crescente quantità di informazioni del World Wide Web, che stava vivendo un’espansione senza precedenti. Circa un anno più tardi, il 4 settembre 1998, Page e Brin fondarono ufficialmente la società Google Inc.

Ma allora perché Google festeggia il compleanno il 27 settembre? La risposta sta in una scelta interna alla società, fatta nel 2002: il 27 settembre fu il giorno in cui il motore di ricerca annunciò di aver raggiunto un record storico, indicizzando un numero di pagine mai raggiunto prima dai competitor. Da quel momento, il 27 settembre è diventata la data ufficiale per celebrare la nascita di Google, il gigante digitale che ha rivoluzionato il modo di navigare il web.

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Google e il coraggio di fallire

Alla festa di Google il brindisi di apertura è per i rischi, perché chi non prova non fallisce, ma nemmeno crea. Nel suo cammino da semplice motore di ricerca a colosso del digitale, Google ha provato a rivoluzionare interi settori: dai social network agli occhiali intelligenti, dal gaming in streaming alle app per comunicare.

Certo, molti di questi progetti sono stati clamorosi flop, ma sono anche i più divertenti ospiti della festa. Ogni fallimento ha rappresentato per Google un vero laboratorio dove sperimentare, imparare e migliorare. Non ha mai avuto paura di alzare la mano e dire “Questo non ha funzionato, proviamo altro”.

I flop rumorosi: quando Google ci ha creduto troppo

Tra gli invitati più chiacchierati alla festa ci sono sicuramente i flop che hanno fatto più rumore, per quanto sono caduti in modo fragoroso. Google+ aveva il sogno ambizioso di essere il “Facebook killer” ma ha chiuso i battenti molto prima di diventare famoso, lasciando dietro di sé solo vuote cerchie sociali.

Il problema è che non era un’idea nata dall’ascolto degli utenti, ma da un’esigenza politica e strategica interna: il desiderio di non salire sul podio dei social presidiato solo da Zuckerberg. Così Google decise di forzare la mano, integrando Plus in Gmail, YouTube e praticamente ovunque, sperando che prima o poi qualcuno lo usasse davvero.

Gli utenti però si ritrovavano con un profilo Google+ senza averlo mai chiesto e il livello di interazione rimaneva ai minimi storici. Come se non bastasse, nel 2018 esplose lo scandalo di una vulnerabilità che aveva esposto i dati di centinaia di migliaia di persone e a quel punto la scelta fu inevitabile: spegnere la luce e concentrare le energie su progetti più promettenti.

 

Google+

Google Glass, con i suoi occhiali futuristici, avrebbe dovuto portare la realtà aumentata nelle nostre vite quotidiane, ma si è trasformato in uno degli oggetti più derisi e memeizzati della storia tecnologica, più simili a costumi di fantascienza mal riusciti che a dispositivi seri.

Google Glass

Poi c’è Stadia, la piattaforma di cloud gaming lanciata per sfidare colossi come Xbox e PlayStation, che però non è mai riuscita a portare i gamer alla festa, uscendo di scena in fretta e senza applausi, come una cover band a un festival di paese.

Google Stadia

I flop silenziosi: nati e morti senza applausi

Al contrario, altri ospiti si sono presentati quasi inosservati, entrando e uscendo dalla festa senza farsi notare. Google Wave, pensato come la grande rivoluzione per la comunicazione collaborativa, era così complicato e poco chiaro che nessuno ha mai capito cosa fosse realmente.

Orkut, il social network con qualche successo in Brasile, è rimasto un perfetto sconosciuto altrove, simile all’amico silenzioso che scrive in un gruppo WhatsApp senza ricevere risposte.

Google Allo e Duo, altre chat lanciate per conquistare il mercato della messaggistica, hanno fatto appena in tempo a dire “ciao” prima di sparire dall’orizzonte tecnologico.

Google Wave

 

Con così tanti ex progetti è nato un luogo simbolico: il “killedbygoogle”, un archivio digitale che raccoglie le tombe virtuali di centinaia di idee nate e morte in tempi brevissimi. Ogni “tomba” racconta la storia di un coraggioso esperimento che non ha funzionato, ma ha lasciato un segno nella crescita di Google. Questo cimitero è una sorta di museo dell’innovazione fallita e del coraggio di tentare, un richiamo a non temere il fallimento.

Un invitato quasi indesiderato: l’AI

Ogni festa di compleanno che si rispetti ha l’ospite indesiderato: quello che non era in lista, ma che si presenta lo stesso.

Nel caso di Google, quell’invitato è proprio l’intelligenza artificiale. Da un lato, l’azienda continua a rassicurare editori e publisher, dicendo che l’arrivo dell’AI Overview non rovinerà la festa, che anzi porterà più traffico e più opportunità per tutti. Dall’altro, però, nelle aule di tribunale americane spunta un retroscena ben diverso: nei documenti depositati dai suoi stessi avvocati si legge che “l’open web è già in rapido declino”. Un po’ come ammettere che il buffet è quasi finito.

Se spostiamo lo sguardo verso il futuro, il panorama del web non appare più come un’unica grande piazza aperta, ma come un mosaico di spazi sempre più chiusi e frammentati e l’AI rischia di rafforzare il meccanismo delle “bolle informative”, spingendo verso risultati standardizzati e privilegiando le voci più grandi e mainstream, mentre quelle di nicchia faticheranno a emergere.

Ma siamo sicuri che Google ha una via di fuga anche per questo, vero Big G?

Solo Google può permettersi di fallire

La domanda sorge spontanea: perché Google può infilare così tanti flop e continuare a brindare ai compleanni come se nulla fosse? Semplice: ha le spalle larghe e il portafoglio pieno.

Il core business pubblicitario macina miliardi a trimestre e copre i conti di ogni esperimento andato storto. Ma non è solo questione di soldi: in Google ogni fallimento diventa un laboratorio, un test da cui estrarre pezzi utili per altre invenzioni. I Glass non hanno rivoluzionato la vita quotidiana? Poco male: certe tecnologie sono finite nei progetti di realtà aumentata per aziende. E poi c’è la cultura interna: quella del famoso moonshot thinking, dove sbagliare non è una figuraccia, ma quasi un distintivo di onore. Insomma, Google può permettersi di fallire perché non considera il fallimento una tomba, ma un trampolino.

Alla fine, la festa di compleanno di Google è un invito a celebrare non solo le vittorie, ma anche le cadute. Google non domina il mondo digitale perché non ha mai sbagliato, ma perché non ha mai smesso di provarci, di imparare e di reinventarsi. Ogni fallimento è stato uno scalino verso il successo, e questa è una lezione che vale in ogni ambito della vita: il fallimento non è la fine, ma il biglietto d’ingresso per un futuro migliore.

E allora, tanti auguri Google.

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