Anche se il report di OpenAI dà uno spaccato diverso, l’uso dell’intelligenza artificiale per scrivere testi sta diventando una pratica diffusa. L’ultima conferma arriva da due studi distinti, con numeri che sollevano interrogativi sulla qualità e sull’autenticità della comunicazione.
In Italia, una ricerca del CETU in collaborazione con Plagioscanner rivela che il 92% degli studenti universitari ha già usato strumenti AI per supportare la scrittura accademica. Un dato impressionante, che mostra come i chatbot siano entrati a pieno titolo nello studio quotidiano. Ma c’è di più: circa il 10% degli studenti ammette di consegnare elaborati interamente generati dall’AI, senza revisioni né contributo personale.
Oltre Manica, il fenomeno tocca la politica. Secondo il Pimlico Journal, un numero crescente di parlamentari britannici utilizza ChatGPT per la redazione dei propri discorsi ufficiali. L’analisi linguistica ha rilevato un aumento insolito di formule tipiche dei dataset di addestramento, come la ricorrente espressione “I rise to speak”, che tradisce l’origine artificiale di alcuni interventi.
Gli esperti parlano di una “banalizzazione” del linguaggio politico e di un rischio per la credibilità delle istituzioni. Così come, in ambito accademico, l’uso acritico dell’AI rischia di indebolire il valore formativo della scrittura e della ricerca individuale.
In entrambi i casi emerge lo stesso nodo: l’AI non è più solo uno strumento di supporto, ma sempre più spesso prende il posto dell’autore. Una dinamica che apre un dibattito urgente su limiti, regole e responsabilità nell’utilizzo dei modelli generativi.
Fonti: Cetu / Pimlico Journal