Spam
Nel contesto digitale lo spam indica le pratiche che inondano le persone di contenuti indesiderati o che tentano di manipolare i motori di ricerca: email non richieste, commenti automatici nei blog e nei forum, pagine costruite per intercettare una query senza avere nulla da dire, schemi di link comprati o scambiati.
Il termine viene da uno sketch dei Monty Python del 1970, in cui il nome di una carne in scatola viene ripetuto fino all’assurdo, ed è passato a indicare l’invio ripetitivo e indesiderato di messaggi con la diffusione della posta elettronica negli anni Novanta. Uno dei primi casi documentati risale al 1994, quando due avvocati statunitensi inviarono lo stesso annuncio pubblicitario a migliaia di newsgroup.
Nella ricerca il fenomeno si gestisce su scala industriale: nei suoi rapporti sul webspam Google ha dichiarato di individuare circa 40 miliardi di pagine spam al giorno, intercettate prima che raggiungano gli utenti dal sistema SpamBrain.
Le policy antispam sono state riscritte nel 2024 con tre fattispecie che riguardano da vicino chi pubblica contenuti: la produzione in serie di pagine prive di valore, l’uso parassitario dell’autorevolezza di un dominio che ospita contenuti di terzi e l’acquisto di domini scaduti per riciclarne la storia. Il confine non passa per lo strumento usato, ma per l’intenzione: un testo generato e poi lavorato perché serva a qualcuno è un contenuto, mille varianti della stessa pagina sono spam.
Per un sito la conseguenza raramente è un avviso. Le tecniche di black hat SEO producono più spesso una perdita di visibilità senza spiegazioni che una penalizzazione dichiarata, ed è la ragione per cui il recupero richiede tempi lunghi: prima di rimediare bisogna capire che cosa è stato neutralizzato.