Nessuna informazione particolarmente nuova, ma un utile recap su alcuni topic fondamentali che i SEO dovrebbero comprendere a pieno per evitare errori e guai: il nuovo episodio di SEO Mythbusting su YouTube è dedicato a sfatare i miti sulla migrazione dei siti, offrendo una panoramica anche sui cambi di nome del dominio, sulla fusione dei siti, sulle migrazioni parziali e altro ancora.

Falsi miti sulla migrazione dei siti

Data la vastità del tema, non sorprende che questo episodio sia anche il più lungo in assoluto della serie, con una durata di oltre 20 minuti; l’ospite è Glenn Gabe (Digital Marketing Consultant, G-Squared Interactive), che apre la puntata raccontando una sua vecchia esperienza di consulenza, utile per introdurre l’argomento.

Episodio di SEO Mythbusting sulla migrazione

Una volta, dice, “ho aiutato un sito e-Commerce di larga scala che non aveva fatto redirect 301 alle immagini, che quindi non erano state trasferite (lo citavamo anche come errore frequente nel nostro appronfondimento); quindi, il consiglio è di non dimenticare mai di fare redirect anche alle immagini e ai contenuti visivi e poi verificare se il processo è andato a buon fine”. Ad esempio, controllando i server log del vecchio dominio per vedere se il traffico è sceso, e quando noteremo che l’attività di crawling è calata dire addio al sito.

Un tema che può spaventare

È sempre Gabe a sottolineare che molti proprietari di siti hanno una vera e propria paura ad avviare il processo di migrazione, perché non sanno sicuri di cosa possa succedere; altri invece compiono le operazioni troppo in fretta e senza aver preparato tutto in maniera adeguata, a riprova della complessità del topic e della forza del principale “falso mito”.

Stando alle leggende metropolitane SEO, infatti, si verificherà sempre un calo del traffico dopo un cambio di nome di dominio o la migrazione del sito, ma in realtà non è così.

Che cos’è davvero la migrazione del sito

È Martin Splitt quindi a prendere la parola e sfatare questo mito, spiegando che innanzitutto che cos’è una migrazione del sito, ovvero – letteralmente – il trasferimento completo da un dominio all’altro, copiando praticamente l’intera struttura dell’URL e l’intero contenuto, così che alla fine del processo si avrà una copia perfetta del vecchio sito su un altro dominio.

Questo processo non implica sempre un calo di traffico: per la precisione, il traffico inizia a diminuire sul vecchio dominio per riprendere sul nuovo. Nel complesso, ciò non significa che stiamo perdendo traffico, e in generale compiere questa operazione in modo pulito ci consente di completare il lavoro in modo fluido senza perdere nulla. Più critico è invece un trasferimento solo parziale del sito, che potrebbe portare ad anomalie nel traffico.

L’analogia col ristorante o col food truck

Per spiegare meglio il concetto, Splitt si lancia in una colorata analogia: a suo parere, la migrazione del sito può essere paragonata al cambio di location di un ristorante o di un food truck.

Quando andiamo in un ristorante, cerchiamo risposte a una serie di domande, del tipo “mi sento ben accolto? Il personale è gentile? La qualità del cibo è buona? Il prezzo è giusto?”, e immagazziniamo le risposte nella nostra cartella mentale per quel posto – esattamente come Google fa con i suoi segnali e fattori di ranking per ogni pagina Web.

Se un amico ci chiede un consiglio su un ristorante da provare, probabilmente useremo i segnali che abbiamo raccolto per dargli le giuste informazioni e raccomandazioni – “è perfetto se ti piace la cucina asiatica, è un posto davvero molto bello, ma piuttosto caro” e così via.

Se il ristorante si trasferisce in un’altra zona e in un altro locale, probabilmente dovremo rivalutare alcune delle risposte, per scoprire se le caratteristiche sono rimaste uguali o se c’è stata qualche variazione – per determinare se è lo stesso ristorante o food truck che ha solo cambiato zona, mantenendo ad esempio la stessa cucina di qualità e gli stessi prezzi, oppure se è cambiato qualcosa.

Tutto questo vale anche per i motori di ricerca, che devono valutare di nuovo ciò che vedono e trovano sul nuovo dominio.

Nuovo nome dominio e anomalie di traffico

Gabe chiede poi di concentrare l’attenzione su un argomento specifico, il cambio di nome del dominio: alle volte il processo è andato liscio e il sito prende forza nel tempo, ma in altri casi si possono verificare delle anomalie, come ad esempio “un sito che, tre giorni dopo, si riempie completamente del 70%”. L’esperto chiede se questo differente comportamento si possa basare sulla storia del dominio, soprattutto in casi di domini acquistati e di successive migrazioni.

Secondo Splitt, questi casi sono slegati dalla storia del dominio, che ha un ruolo principalmente nelle situazioni – definite “complicate” – di siti fondamentalmente usati a scopo spam e poi acquistati e switchati immediatamente. Il consiglio è di prendere tutte le precauzioni per non ritrovarsi in questioni strane, usando tutti gli strumenti di monitoraggio anche in Google Search Console per controllare che tutto sia stato impostato correttamente prima di fare il passaggio.

Anomalie possono verificarsi anche se apportiamo altre modifiche durante la migrazione, una “cosa rischiosa” perché mette Googlebot di fronte a difficoltà di comprensione e a differenze tra due versioni del sito. E questo, a sua volta, si può tradurre nella necessità per il bot di eseguire nuove scansioni per capire meglio, influenzando negativamente anche il crawl budget, soprattutto per siti grandi.

Le situazioni con i domini acquisiti

Quindi queste situazioni particolari possono dipendere da vari fattori, ma secondo il Googler in linea di massima passare a un dominio che siamo certi non abbia carichi pendenti passati dovrebbe andare bene. E anche se passiamo a un dominio con una storia negativa, Google è consapevole “che i contenuti dei domini cambiano” e il Rapporto Azioni Manuali ha un tool dedicato alla richiesta di riconsiderazione di domini recentemente acquisiti. Tuttavia, dobbiamo sapere che a seconda di come era il dominio in precedenza, Google potrebbe non considerare immediatamente l’azione come una migrazione, e ciò richiederà quindi di fare un re-crawl e una rielaborazione dei contenuti, e quindi maggior tempo.

A questo proposito, Gabe cita un altro esempio tratto dal suo lavoro di consulenza: c’era un cliente, un sito e-Commerce, che aveva un nome dominio molto lungo e voleva ridurre il nome alle quattro lettere che rappresentavano l’azienda; dopo aver finalmente acquistato il nuovo dominio e fatto il trasferimento, si accorgono che c’è qualcosa che non va. Non avevano fatto i giusti controlli e hanno acquistato il vecchio dominio di una “specie di rock band del passato” che era pieno di “link spammy pazzi e ogni genere di cose”: quindi, nell’immediato hanno avuto un crollo di traffico, che poi si è assestato nel tempo.

Ciò conferma che i contenuti possono cambiare e può variare anche la considerazione di Google – anche nei casi in cui il dominio ha una storia spam o è stato hackerato – e dunque serve solo un po’ di tempo per sistemarla.

Come partire bene con un dominio acquisito

Il consiglio di Splitt è essere sicuri di ripulire in anticipo tutto ciò che potrebbe essere problematico, così da dare a Google il tempo di capire che “le cose sono cambiate” e c’è stata una tabula rasa del passato.

Più in dettaglio, quando si rileva un dominio (non solo per trasferire il nostro vecchio sito) è fondamentale misurare ciò che accade attraverso gli strumenti come Search Console e conoscere la salute del dominio, considerando eventualmente la possibilità di rimuovere il contenuto, attendendo che Google capisca questo intervento, elimini i segnali negativi e faccia normalizzare le cose. Solo a questo punto conviene iniziare il trasferimento del dominio in maniera progressiva, così che – mentre Google scopre le pagine spostate – inizia a valutare i contenuti come un nuovo inizio per il dominio.

Il falso mito sulla fusione dei siti

Il video poi passa ad affrontare un altro mito da sfatare, relativo alla fusione tra due siti: in molti, dice Gabe, pensano semplicisticamente che mettere “uno più uno dia come risultato due”, ma non sempre è così.

Anche perché – aggiunge Splitt – combinare insieme due siti non è più fare una migrazione, ma creare un nuovo sito da una versione accorpata dei precedenti: questo significa che Google deve comprendere i nuovi contenuti, capire come si sono spostati dai domini di partenza, ma anche stabilire se si trova di fronte a un dominio completamente diverso o invece no, perché magari è cambiata solo la struttura degli URL nel passaggio, oppure c’è stato il trasferimento di alcuni contenuti.

Ad ogni modo, niente in questo processo è semplice come una migrazione e Googlebot deve sottoporre di nuovo a scansione un sacco di pagine. A seconda delle dimensioni del sito, ciò potrebbe significare che ci vuole parecchio tempo affinché il motore di ricerca abbia una visione chiara del sito, della sua struttura e dei suoi contenuti attuali, e molto dipende ovviamente anche da quello che concretamente si unisce in questa fusione e dall’attenzione dedicata al processo.

Siti migrati, come Google riconosce il nuovo dominio

Successivamente Gabe sposta il focus su un altro topic, ovvero cosa succede per Google quando il cambio di nome di dominio è correttamente completato e riconosciuto, ovvero quando un sito si sposta da un dominio a un altro e tutti i redirect sono attivi.

Come primo step, Google verifica innanzitutto le somiglianze tra il vecchio e il nuovo sito, per esser certo che il nuovo sito sia esattamente una copia perfetta di quello presente sul vecchio dominio – che, ribadisce Splitt, è la vera migrazione del sito. Quando si accerta che questo è ciò che è avvenuto, Google inizierà a inoltrare tutti i segnali dal vecchio dominio a quello nuovo, ma la velocità di questo processo viene completato varia da sito a sito (andando da alcuni giorni ad alcune settimane).

Inizialmente si potrebbe notare un incremento dell’attività di crawling sul nuovo dominio, che progressivamente cala quando Google comprende che si tratta di una copia del sito presente su un altro spazio. Allo stesso tempo, se tutto è nella norma, il crawling e i segnali scompariranno dal vecchio dominio per trasferirsi al nuovo.

Più chiarezza con lo Strumento Cambio di indirizzo

I webmaster impegnati nel processo di migrazione possono utilizzare lo Strumento Cambio di Indirizzo (change of address tool) per dare a Google segnali addizionali e più chiari su ciò che sta avvenendo e semplificare la comprensione da parte del motore di ricerca.

Si tratta, secondo Splitt, di un tool utile per dare indicazioni esplicite a Google sul fatto che il sito si è spostato definitivamente e che quindi non è un cambio temporaneo, che potrebbe quindi velocizzare il completamento del processo perché dà modo a Google di saltare alcuni passaggi, avendo la certezza che il trasferimento è stato volontario e intenzionale.

Migrazione e qualità dei contenuti: nuove valutazioni dopo il passaggio?

Un altro “mito” che Gabe ha avuto modo di incontrare e ascoltare nel suo lavoro riguarda il riassestamento delle valutazioni sulla qualità da parte di Google dopo una migrazione. In realtà, Splitt spiega che Google rivaluta costantemente la qualità dei contenuti, indipendentemente dal fatto che il sito sia stato spostato, e ribadisce che “se ora i tuoi contenuti sono considerati di alta qualità, ciò non significa che lo saranno sempre”.

Ciò vale anche al contrario: contenuti di bassa qualità o spammy potrebbero, in teoria, essere considerati di alta qualità se vengono apportati dei miglioramenti.

Ad ogni modo, per quanto attiene la migrazione, in linea di massima se c’erano contenuti di alta qualità sul vecchio sito che vengono spostati in maniera identica sul nuovo dominio, allora anche i segnali seguiranno.

Problemi con il trasferimento, meglio non tornare indietro

Un altro consiglio che arriva da Martin Splitt riguarda il modo di affrontare eventuali problemi che si presentano dopo aver completato la migrazione: una sensazione comune, soprattutto quando si verificano cali di traffico e non si recuperano le posizioni precedenti, porta a valutare l’ipotesi di invertire il processo per ripristinare lo status iniziale.

Per Google, questo è un passaggio da non eseguire mai se non come extrema ratio, quando non ci sono altre opzioni e tutti i controlli eseguiti sul nuovo sito non hanno dato esito o spiegazioni al crollo.

Nella maggioranza dei casi, infatti, basta verificare che non ci siano problemi tecnici che possano interferire e provocare l’effetto negativo: ad esempio, Google potrebbe non aver riconosciuto i redirect, oppure il vecchio sito era sottoposto a crawling con poca frequenza e serve quindi più tempo per consentire al bot di captare i reindirizzamenti. Altre situazioni potrebbero essere modifiche algoritmiche intervenute nel frattempo, o ancora la segnalazione di contenuto spammy o azioni manuali e così via.

Se siamo certi di aver eseguito tutti i passaggi in maniera corretta e, dopo un mese, il traffico non è migliorato e tornato ai livelli del vecchio sito, potrebbe essere il caso di chiedere un aiuto esterno per scoprire la causa della situazione.

Ad ogni modo, è sempre importante confrontare il traffico tra vecchio dominio e nuovo: se il vecchio sito continua ad avere tutto il traffico storico, questo è un segno che c’è stato qualche errore nel processo di migrazione. Solo in questo senso, dice Splitt, potrebbe aver senso “invertire il processo per un po’, tornare indietro, capire cosa è successo e poi riorganizzarsi”.

Migrazione e file robots, consigli per non sbagliare

Altro aspetto tecnico trattato nel corso dell’episodio riguarda la gestione degli URL bloccati nel file robots.txt: Gabe chiede infatti se abbia senso sbloccare le risorse nel passaggio al nuovo sito, ma Splitt è piuttosto deciso nell’affermare che “non serve”.

Secondo il Googler, c’è una ragione se il sito non vuole che quegli URL siano sottoposti a scansione, quindi non c’è motivo per cui il crawler debba analizzarle con la migrazione al nuovo sito.

I problemi più comuni con la migrazione del sito

L’ultimo tema analizzato riguarda i problemi più comuni che Google riscontra sui siti appena trasferiti: l’elenco comprende tante variabili tecniche, come ad esempio robots.txt che blocca completamente le pagine del nuovo dominio, un meta tag noindex su tutti i contenuti nuovi o mancato passaggio delle impostazioni di Google Search Console sul nuovo dominio.

Eppure, secondo Splitt, l’errore più frequente è fare troppe modifiche e cambiamenti allo stesso tempo nel corso della migrazione, aggiungere “troppe variabili” che rendono anche difficile comprendere gli effetti del lavoro. In questi casi, infatti, diventa difficile identificare con certezza la causa di un problema, che potrebbe derivare dalla nuova struttura di URL, dalla differente tecnologia usata, dal nuovo contenuto, dalla migrazione, da cambi algoritmici di Google, da penalizzazioni o sanzioni e così via.

Il consiglio finale di Google è di fare un passo alla volta: concentrarsi prima sul trasferimento di dominio, poi cambiare deck di testo, poi eventualmente intervenire con altre cose. “Qualsiasi cosa tu stia facendo, fallo passo dopo passo”, dice Splitt, attendendo che Google faccia un nuovo crawling e processi il sito prima di metterci mano ancora.